Sicurezza
Quando Eusebio rivelò: «Ero dell’Inter...»
La morte del fuoriclasse portoghese: era il sogno proibito delle squadre italiane che cercarono inutilmente di ingaggiarlo
LISBONA. Eusebio, la “Pantera nera” del calcio portoghese, ma anche sogno proibito del calcio italiano, non c’è più. Il calciatore originario del Mozambico, allora colonia portoghese, è morto l’altra notte a Lisbona alla soglia dei 72 anni, che avrebbe compiuto il 25 gennaio. Leggenda nel suo Paese, bandiera del Benfica, in Italia viene ricordato, oltre che per le sue imprese, per le mitiche sfide Inter, Juventus e Milan in Coppa dei Campioni, quando il Benfica grazie al suo bomber era presenza costante e le italiane si alternarono nello strapparle il trofeo.
Eppure Eusebio Da Silva Ferreira, che molti consideravano, e non solo per il colore della pelle, la risposta europea a Pelè, da sogno (o incubo a seconda delle situazioni), arrivò ad un passo da giocare nel campionato italiano. Lo ricordava lo stesso calciatore al “Corriere della Sera” in occasione del suo sessantesimo compleanno: «Ero dell’Inter, maledetta Corea». È vero, Angelo Moratti, dopo aver tentato invano di comprare Pelè era riuscito ad assicurarsi Eusebio. Ma la Corea, quella del Nord, ci mise lo zampino, nel senso che gli azzurri furono buttati fuori malamente dai mondiali del 1966 in Inghilterra dal gol del dentista nordcoreano Pak Doo Ik e la Federcalcio nostrana decise di chiudere le frontiere ai calciatori stranieri per rilanciare i nostri vivai. E così Eusebio rimase sulle rive del Tago, ma col rimpianto di non aver potuto giocare in Italia
«Avevo 24 anni - riferirà il campione portoghese - e la prospettiva di un' esperienza in Italia mi affascinava e mi onorava. Mi recai a Milano con mia moglie per incontrare Angelo Moratti e firmare un contratto triennale. Il prezzo? Cinquecento milioni, mi pare. Metà al Benfica e metà a me. Ero raggiante, stavo per coronare un sogno. Ma a gelare la mia gioia pensò la Federcalcio italiana, che decise di sbarrare le frontiere, conseguenza della sconfitta azzurra al Mondiale inglese. Maledissi i nordcoreani, strappai il contratto e rimasi al Benfica».
E proseguì una carriera che comunque lo ha consacrato fra i miti del pallone, accanto a pochissimi altri. Pallone d'oro 1965, Eusebio figurare al nono posto nella speciale classifica dell'IFFHS, l’istituto di storia e statistiche del calcio. Fisico possente, da velocista (correva i 100 metri in 11”), è stato per 15 anni il terrore delle difese. Dotato di tiro forte e preciso, progressione irresistibile, dribbling bruciante, Eusebio ha brillato per prolificità: secondo una statistica inglese, 744 gol in 716 partite tra campionato, coppe, Nazionale e altro. Nato il 25 gennaio 1942 nella capitale del Mozambico, allora colonia portoghese, Lourenco Marques (oggi Maputo), figlio d'arte - il padre era centravanti nel Ferroviario - Eusebio esordisce nello Sporting cittadino e si fa subito notare. L'ex portiere juventino Amoretti lo segnala a Torino, l'ex nazionale brasiliano Carlos Bauer fa lo stesso con Guttmann, allenatore del Benfica. E il 19enne attaccante va a Lisbona (anche se periodicamente tornerà nei sogni bianconeri). Dopo un debutto travolgente: tre gol all'Atletico Madrid in un'amichevole, finita 4-2, nel maggio 1961, ha vinto di tutto, compresa la Coppa dei Campioni battendo in finale, per 5-3, il Real-Madrid di Puskas e firmando una doppietta. Poi una carriera che dopo aver vinto col Benfica 11 campionati , lo porterà anche oltreoceano dove giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico. Manterrà uno stretto legame col Benfica, gli dedicheranno una statua all'ingresso dello stadio Da Luz di Lisbona, lascerà l'impronta dei piedi nello stadio Maracanà di Rio de Janeiro, continueranno a tormentarlo con domande sulle gerarchie dei fuoriclasse («È tutta la vita che mi chiedono chi è più forte, Pelè o Eusebio? Occorre rispettare le caratteristiche di ciascuno», disse nel '96).
Ma per lui, negli ultimi anni, oltre a dei seri problemi di salute, c’era un altro cruccio: il calcio di oggi non gli piaceva più. «È tutta colpa degli allenatori, che pensano solo alla difesa e al pressing, anziché insegnare la tecnica e il dribbling - dichiarò - Il gioco atletico esisteva già ai miei tempi, però c' era più spazio per la fantasia. Chi ne era in possesso era libero di praticarla, di fare le cose di cui era capace. Adesso non è più così. Da anni sogno invano di ammirare un attaccante che parte dalla sua area e, pallone al piede, arriva a segnare, dopo aver attraversato tutto il campo. Lo facevano Pelé e Rivera, lo facevano Cruijff e Charlton, lo facevamo Mazzola e il sottoscritto, l' ultimo a farlo è stato Maradona. Il calcio dovrebbe essere divertimento - concludeva Eusebio - e io non riesco più a divertirmi».
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