Gioco
Candreva, carissimo nemico nostro
Lanciato dal Livorno, ha guadagnato l’azzurro. Ma ora vive una stagione strana
ROMA. Candreva e Diamanti, una coppia di mezz'ali che era un lusso per la serie B. E, nell'estate del 2009, con un centrocampo così dotato, gli amaranto guidati da Ruotolo, tornarono trionfalmente nella massima serie. Era in campo, nel gennaio del 2010 all'Olimpico, Antonio Candreva nella sfortunata gara giocata dal Livorno contro la Lazio di Ballardini. Segnò Bergvold, poi la Lazio nella ripresa calò il poker. Una carriera che pareva compromessa per l'alfiere di Tor de Cenci, popolare quartiere della periferia di Roma. Udine, poi il Livorno, due anni di crescita ulteriore. Poi la Juve, il Parma, il Cesena: dalle stelle all'improvviso letargo. Pareva davvero che la favola di Candreva, classe 1987, dovesse evaporare. Poi la svolta: Reja che lo reclama espressamente, Lotito e Tare che lo fanno sbarcare a Formello. I tifosi vanno a ritrovare sul web alcune sue interviste in cui Candreva pare confessare una vecchia passione per la Roma. Nella Capitale il tifo, spesso, non si regola: ecco fischi, allora, appena tocca palla, all'Olimpico e in trasferta. Insomma, non è un esordio facile in biancoceleste. Ambiente ostile, servono prestazioni super per vincere l'ostracismo. E Candreva le confeziona: è anche per merito suo se la Lazio si conferma club di spessore. La Nazionale, il prossimo Mondiale, la notorietà, il benessere economico non lo hanno cambiato: abita ad Anzio, vicino alla sorella, ogni giorno percorre oltre centocinquanta chilometri per raggiungere Formello. La stagione folle della Lazio si sta ripercuotendo pure su di lui: Lotito, negli spogliatoi di Formello, giorni fa, pare che lo abbia pubblicamente accusato di non essere più se' stesso. «Passala la palla, non giocare da solo». Una annataccia, inutile girarci attorno. Lui ha glissato. «Porto la Lazio in Champions e divento capitano». Più facile il secondo auspicio, per il primo non sembra davvero questo l'anno giusto.
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