Il Tirreno

Livorno

Senza arbitro i bimbi pensano solo a giocare

di Andreas Quirici
Senza arbitro i bimbi pensano solo a giocare

L’autogestione decisa dalla Figc funziona e tra i calciatori di otto anni prevale il fair play

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LIVORNO. La maglia amaranto del Pontino, addosso a lui, sembra una xxl. Ha appena otto anni. Controlla il pallone con un braccio davanti al portiere avversario e tira: gol. Le due squadre vanno verso il centro del campo. Da fuori qualcuno grida: «Ma non era mano?». In campo c’è un attimo d’incertezza. L’autore della rete si guarda intorno, ma poi nessuno dei giocatori ci fa caso. Gol valido; e la partita tra i nati nel 2005 della Pro Livorno Sorgenti e del Pontino riprende. Ma senza il fischio dell’arbitro. Non ci sono “direttori di gara” o “giacchette nere” con cui rifarsela per torti subiti o episodi dubbi. È una gara con l’autoarbitraggio.

I giocatori si regolamentano da soli, così come indicato dalla Federcalcio da un paio di stagioni. Un esperimento che sta dando ottimi frutti a detta degli allenatori, ma anche guardando dal vivo le varie fasi dell’incontro. Qualche episodio conteso c’è, ma i bambini quasi non se ne accorgono. Continuano sempre a giocare, come se l’importante fosse solo quello.

E probabilmente, l’effetto più importante è quanto l’autoarbitraggio produce ai bordi del campo e fuori dalla recinzione. Gli allenatori danno solo consigli. I genitori incitano e basta. Zero polemiche o proteste. Anche perché i giocatori sono davvero bravi. Tecnicamente, ma anche dal punto di vista disciplinare. A volte qualcuno entra in maniera più energica. Un paio di ragazzini hanno una mole superiore alla media e la fanno valere. Ma tutto scorre liscio, anche dopo uno scontro di gioco che meriterebbe la punizione per il Pontino, ma che viene battuta dai padroni di casa velocemente, innescando un’azione veloce che porta un attaccante della Pro Livorno Sorgenti a tu per tu col portiere avversario. Il fallo da dietro di un difensore fa fermare tutti, in attesa di decidere chi batte il rigore. Ma Davide Ghelardi, uno degli allenatori dei locali “ordina” la rimessa dal fondo. Un giocatore della sua squadra lo guarda, sbuffa, ma lascia il pallone senza fiatare e si allontana per far battere il rinvio al portiere del Pontino.

Far play al cento per cento, anche con l’aiuto inevitabile degli adulti, la cui più evidente manifestazione è il silenzio che regna in campo durante il primo tempo. Tra i giocatori non vola una mosca e i genitori sono ancora troppo assonnati anche per poter lanciare un «bravo» o un «tira in porta». Si sentono solo le voci dei tre tecnici della Pls e quello del Pontino. «Con l’autoarbitraggio si torna a quando eravamo ragazzini e si giocava per strada con sassi o giacchetti a mo’ di pali delle porte», racconta il direttore sportivo della Pro Livorno Sorgenti Stefano Coppola. «Ah, che partite quelle - ricorda Mauro Bartoli, il responsabile del settore giovanile di casa - Certo, qualche battibecco c’era. Ma nessuno arbitrava e quello che contava era solo correre dietro a un pallone». Sul campetto in sintetico, però, i ragazzini non corrono dietro al pallone in maniera confusionaria. Tengono le posizioni, fanno i movimenti giusti e dimostrano già un abbozzo, anche se significativo, di accorgimenti tattici. L’ambiente è ideale per crescere nel segno del calcio e probabilmente non tutti le società sono così. Anche dal punto di vista della autogestione arbitrale. «Ci sono ragazzini che hanno la malizia nel Dna - spiega Gabriele Polini, uno degli allenatori della Pls, allievo nel selezionare i giovani calciatori di Eolo Falorni, uno dei personaggi più noti e più bravi del mondo del calcio giovanile a Livorno e dintorni - Ma il clima difficilmente cambia. I bambini riescono a decidere quasi sempre al meglio, pensando solo a giocare».

L’autoarbitraggio, quindi, funziona e dà ottimi frutti dal punto di vista disciplinare. «Si vede la crescita mese dopo mese sotto questo profilo - ammette Andrea Falorni, l’allenatore del Pontino - E partita dopo partita vediamo miglioramenti. Semmai, ogni tanto si ha a che fare con allenatori con i quali ci ritroviamo a discutere per situazioni che, a questa età, non hanno nessuna importanza». A poca distanza Polini e Mauro Nannipieri, il terzo allenatore della Pro Livorno Sorgenti ridono sotto i baffi. «È quello che è successo in una recente partita proprio a Gabriele», dice lo stesso Nannipieri. Polini allarga le braccia, sorride e spiega: «Un ragazzino di una squadra avversaria aveva già fatto due entrate da dietro a un giocatore dei nostri. Alla terza volta lo abbiamo fatto uscire col ghiaccio sulla caviglia. A quel punto ho discusso con l’allenatore dell’altra squadra. Ma non per via dei falli. Quando per il fatto che il bimbo non ha mai chiesto scusa».

«A questa età devono solo imparare a giocare, a socializzare e divertirsi. Niente di più. E l’autoarbitraggio ci aiuta molto, perché i bambini si rispettano di più», dice Nannipieri che dispensa consigli tattici e tecnici col sorriso sulle labbra e che nelle fasi del riscaldamento “imponeva” ai suoi di dare «una carezza al pallone» ogni volta che facevano un passaggio. E va ammesso che i piedi della maggior parte dei bimbi della pro Livorno Sorgenti (ma anche molti di quelli del Pontino) sono educati, almeno quanto lo dimostrano rispettando il fair play a cui si ispira la decisione della Figc di far autoregolamentare le partite delle tre categorie di Piccoli Amici e per i più piccoli di quella dei Pulcini.

L’esito è positivo, quindi, e la speranza è di veder crescere questi ragazzini con la stessa tranquillità e voglia di divertirsi senza polemizzare vista ieri mattina al centro sportivo della Pro Livorno Sorgenti: un campo in erba dove gioca la prima squadra, che milita nel campionato di Eccellenza e altri due terreni di gioco in sintetico dove si svolgono le gare del settore giovanile.

Una di queste si disputa proprio in contemporanea con quella dei piccoli calciatori del 2005: Pro Livorno Sorgenti contro Vinci, categoria Giovanissimi regionali. Qui si gioca ovviamente undici contro undici, ma non è questa la vera differenza con l’altra partita. In questo caso, le due squadre non sono in autogestione. L’arbitro c’è ed è sulla bocca di tutti ogni volta che c’è un contrasto, un fallo laterale dubbio, una posizione di fuorigioco su cui discutere. «Arbitro», gridano ogni volta i giocatori in campo. «Fischia», urlano i genitori dalla tribunetta in ferro al di là della recinzione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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