La protesta
«Commosso dalla gente ora aiutiamo la ricerca»
Dopo la decisone di rendere pubblica la rara malattia del figlio Marco al Picchi è il giorno della solidarietà: «Grazie a tutti, la mia sfortuna sia utile»
LIVORNO. Per salvare suo figlio, Andrea Luci ha deciso di trascinare in campo la malattia. Affrontarla. E provare a batterla con l’aiuto del pubblico, non solo il suo. Lo sa il capitano che ci saranno momenti duri. Molto peggio di quelli vissuti da giocatore: mancherà il respiro, le mani troveranno solo le ginocchia a fermare la caduta e l’avversario che ti supera avrai l’impressione di non poterlo più fermare.
Ma intanto la stanza di Marco, 6 anni, ha traslocato per un giorno dentro l’Armando Picchi, davanti a 19mila spettatori e alla Signora. E in novanta minuti il silenzio che fino a ieri avvolgeva la ricerca sulla fibrodisplasia ossificante progressiva, bestiaccia rara che non ti fa superare l’adolescenza e colpisce un bambino su 2 milioni, è stato riempito dai tifosi che hanno lasciato un’offerta per la ricerca fuori dallo stadio, dalla solidarietà di compagni e avversari e dai giornalisti che dopo il match hanno inseguito il capitano amaranto per capire, sapere e raccontare il suo dramma.
«Nei giorni scorsi con mia moglie Lisa - spiega Luci - ci siamo confrontanti prima di rendere nota la malattia di nostro figlio. Lei si è messa in contatto con l’associazione, la Fop, e parlando con gli amministratori abbiamo deciso che la cosa migliore fosse quella di raccontare tutto e accendere così i riflettori sul problema dandogli visibilità anche attraverso di me».
Per dare l’idea di quanto il suo impegno al fianco dell’associazione sia importante, basta ascoltarlo raccontare due aneddoti. «Fino all’altro ieri - sottolinea - il sito dell’associazione aveva una media di trenta accessi al giorno. Adesso ne hanno contati tremila. Ecco perché sono arrivati a dirmi che la mia sfortuna è stata la loro fortuna».
Scalare la montagna della ricerca sulla fibrodisplasia sarà più difficile di quanto lo è stato fare a sportellate in mezzo al campo con Asamoah e Pogba che nel finale gli ha pure fatto perdere la pazienza facendogli prendere un’ammonizione per un fallo di frustrazione che non gli permetterà di essere in campo contro il Chievo.
«La ricerca in Italia è completamente bloccata. Questa malattia è talmente rara che nessuna grande azienda farmaceutica ha interesse ad investire in questa direzione. A noi, ad esempio, sono serviti quattro anni per sapere con certezza che nostro figlio soffrisse di questa sindrome. La speranza? È negli Stati Uniti - risponde - in un centro di ricerca hanno sperimentato un farmaco che la arresta. Ma per il momento i test sono stati effettuati sugli animali. Con loro ha funzionato, ora serve provare con gli esseri umani e speriamo che i risultati siano gli stessi».
Andrea e la sua famiglia quando hanno raccontato al mondo il loro dolore, forse non si aspettavano tutto questo affetto da parte della gente: «Voglio ringraziare tutta la città. Mi ha dato molta emozione l'abbraccio dei tifosi, e all'inizio ero un po’ bloccato poi la cosa è passata. Quando sarà più grande - aggiunge riferendosi al figlio - gli spiegherò cosa è successo, oggi è ancora troppo piccolo per capire certe cose».
Ma per comprendere le due partite che il capitano ha giocato contro la Juventus è necessario partire da quello che è successo dopo il fischio finale dell’arbitro Massa. Quando Andrea Luci è voluto restare in campo da solo. Niente compagni ad avvisarlo dell’avversario in agguato, nessuno che gli venisse incontro a chiamargli la palla. A fine gara, davanti al muro amaranto del Picchi e nonostante la sconfitta, il capitano ha fatto un (mezzo) giro di campo che per convenzione è riservato a chi ha vinto. Con la fascia penzoloni lungo il braccio sinistro e le lacrime agli occhi è andato fin sotto la curva nord. Ha camminato lungo lo striscione che i tifosi gli avevano preparato: 60 metri di solidarietà con la scritta «Insieme a te capitano per la più grande delle battaglie sosteniamo la ricerca per la Fop».
Poi con la testa bassa e i muscoli finiti è tornato verso il sottopasso che lo ha portato dritto negli spogliatoi, dentro all’altra partita, quella che vale solo una salvezza.
Quando un’ora mezzo più tardi la sua sagoma esce dallo stadio tiene in mano una busta di plastica. «Dentro - dice - c’è la maglia di Marchisio, quando ero nella Primavera della Juve eravamo compagni di squadra». Il centrocampista bianconero mezz’ora dopo, dal suo profilo Twitter quasi gli risponde: «Vicino ad Andrea Luci e alla sua famiglia. Felice di rivederlo dopo tanti anni che non ci si affrontava in campo».
Poco prima anche Antonio Conte gli aveva voluto parlare. «Siamo vicini ad Andrea - spiegava - l'ho abbracciato prima della partita, siamo tutti dei papà. In diverse occasioni ho provato a portarlo nelle mie squadre perché è un giocatore prezioso e in questo momento gli siamo tutti vicini».
La battaglia di Andrea, Lisa e Marco contro la malattia è appena cominciata. Del Livorno visto contro la Juve il capitano vorrebbe portare con sé i primi sessanta minuti «durante i quali abbiamo fatto cose importanti, purtroppo in alcune occasioni ci è mancato l’ultimo passaggio». Adesso quello possiamo provare a farlo tutti.
@fedelazzotti
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
