Gioco
Quelli che.... vogliono vivere sempre di corsa
Dal marito che aiuta la moglie durante la gara al nonno che partecipa in memoria degli amici
LIVORNO. «Benvenuti alla maratona Città di Livorno». Lo speaker prende il microfono e, a un’ora dalla partenza, saluta i primi arrivati al Pala Cosmelli, quelli che sfideranno il primo vero freddo stagionale, un po’ di pioggia, ma soprattutto il libeccio che, sul lungomare soffierà anche a novanta all’ora. Il cielo è cupo e poco invitante per farsi una corsetta, figuriamoci una maratona. Ma alla grande famiglia del podismo non sembra importare. Anzi, le storie dei protagonisti, che anche se arrivano lontanissimi dai primi, sono pur sempre gli attori principali della corsa, la dicono lunga sullo spirito che aleggia su questo genere di manifestazioni. «Negli anni abbiamo ho fatto tantissime amicizie e non c’è niente di meglio per sentirsi giovani», racconta Giuseppe Nannetti, di Ponte a Egola, nel Pisano, che compirà 74 anni il prossimo 24 novembre e che corre da quando ne aveva 39. «Ho quattro nipotini, ma trovo il tempo per allenarmi quando sto bene. Ma queste gare le corro per chi non c’è più, i miei amici Egisto e Paolo», spiega con la voce rotta dalla commozione il livornese Roberto Pelletti, 64 anni, alla sua trentesima maratona di Livorno.
Perdersi per ritrovarsi. In mezzo alla marea di corridori con gli abbigliamenti più diversi (si vede uno con la coperta termica usata dai soccorritori, oppure molti che hanno scelto il giallo acido per scarpe, bandane o magliette) ci sono Walter Ferretti e Carla Semeraro, marito e moglie di Livorno. Lui è capo di un ufficio postale, esperto corridore, lei è cancelliera in procura al suo quinto anno di corse su strada. In questa occasione lui è rimasto al fianco di lei per darle il ritmo e migliorare i tempi. Ma soprattutto, hanno vissuto l’ennesima mattina fianco a fianco perdendosi in quella ritengono essere la miglior medicina contro lo stress. «Corri, fai fatica e riesci ad affrontare meglio tutte le difficoltà della vita», afferma Walter. Carla annuisce e racconta la sua prima esperienza da maratoneta. «È stato a Berlino - dice - in un posto splendido, dove mi sono cimentata soprattutto con me stessa». A Berlino di corsa, però si rischia di perdersi nel paesaggio, viene da dire. E lei: «Si, ma guardarti intorno e vedere così tanta bellezza ti aiuta ad andare avanti».
Correre per integrarsi. Alla partenza c’è anche chi non correrà, ma dovrà gestire una squadra speciale nella gara riservata alle staffette. Il livornese Roberto Chiavistelli si occupa del progetto Filippide che comprende ragazzi autistici. L’obiettivo è l’integrazione sociale di chi soffre di questa difficile patologia. Ma in questo caso, lo sport sta facendo davvero miracoli. «Abbiamo ragazzi che corrono con tempi davvero ottimi - spiega Chiavistelli - e che non hanno niente da invidiare ai corridori medi di questa disciplina». Ma la soddisfazione maggiore, per operatori che lavorano in questo campo, è vedere l’inserimento dei loro ragazzi nel contesto sociale. «Pensate che molti di loro, all’inizio della nostra partecipazione a questo tipo di gare, non volevano neppure entrare negli spogliatoi - afferma - Ora invece non vedono l’ora di incontrare i corridori. Scherzano, ridono e fanno parte di una grande famiglia davvero unita, quella del mondo dello sport amatoriale».
Tutti amici nella fatica. Secondo Nannetti, il podismo in generale e la maratona in particolare hanno il potere di unire che si mette a correre dopo il colpo di pistola. «È l’essenza dello sport - sottolinea - dove non c’è droga o soldi o sistemi strani per vincere. Certo, siamo tutti in competizione e vogliamo arrivare nella miglior posizione possibile. Ma lo spirito che si respira in queste mattine è davvero speciale». E se lo dice lui che negli ultimi quattro anni ha vinto quasi cinquanta gare c’è da credergli». Un’altra che crede ciecamente nel potere dello sport come le maratone è la livornese Olga Bardi, 66 anni, preside in pensione di scuole medie come le Vivarelli, Borsi e Mazzini. «Non c’è altra cosa che possa spiegare meglio il concetto di Mens sana in corpore sano - dice - Io ho vinto la prima maratona di Livorno, 33 anni fa, ma cominciai a correre perché dovevo trovare il modo di uscire dalla sedentarietà. Non sono mai stata una che si allenava moltissimo, ma ho sempre trovato un ambiente che m’invogliava a provare a gareggiare per la voglia di far parte di una comunità che, una volta in strada, non concepisce differenze di genere o di condizione economica».
Tutti contro il libeccio. La pistola spara. La gara comincia. Tutti partono a velocità sostenuta. I migliori davanti e dietro quelli che vogliono viversi il viaggio, più che pensare all’arrivo. Sul percorso si vede di tutto. Ognuno ha uno stile diverso. Le smorfie della fatica si manifestano presto, ma è il libeccio il vero nemico che accomuna i podisti, più o meno bravi. Anche Paolo Bettini, il ct della nazionale italiana di ciclismo fa fatica, ma tiene un buon passo. All’Accademia le folate di vento rischiano di spostare i corridori dalla loro strada. I tempi dei primi non sono eccezionali, proprio per queste condizioni meteo avverse, come aveva previsto l’assessore allo sport, Maurizio Bettini alla partenza dallo stadio Picchi. Ma non sembra granché importante. Quel che conta è godersi la fatica per poi pensare alla prossima corsa.
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