Il Tirreno

Livorno

«Papà tiferà Livorno con gli occhi dei miei figli»

di Fabrizio Pucci

La partita del cuore di Leo Picchi, primogenito di Armandino e dirigente dell’Inter «L’estate ai Bagni Roma, la casa a Montenero, il vento: la città è nella mia anima»

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di Fabrizio Pucci

LIVORNO

Non è un match scudetto. Il suo risultato, in sede di pronostico sembra lasciare poco spazio alla fantasia. Eppure Inter-Livorno non è una partita come le altre. No. Non può esserlo perché racconta una storia vera, una vicenda umana commovente, struggente come certi angoli della nostra città. In una parola questa sarebbe, anzi è (perché i miti hanno vita eterna) la partita di Armando Picchi. E la vigilia è vissuta con sentimento forti da Leo, 44 anni, figlio del Capitano della grande Inter. Un posto sicuro nell'ufficio stampa della Beneamata e il cuore diviso a metà.

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«Per me - dichiara subito Leo Picchi nel suo italiano perfetto solo lievemente contaminato dall'accento milanese - Inter-Livorno è la partita del cuore. Nei giorni scorsi i miei figli Lorenzo Armando e Federico di 7 e 9 anni mi hanno chiesto per chi dovranno tifare sabato perché stavolta contro l'Inter c'è la squadra del nonno. Ho risposto che questo è l'unico caso in cui mio padre sarebbe stato dalla parte dell'avversaria dei nerazzurri perché il Livorno è comunque il Livorno soprattutto per chi si chiama Picchi di cognome. E i miei bambini con estrema dolcezza hanno detto che faranno il tifo per gli amaranto. Ne sono stato felice. Nel nome di mio padre».

Picchi racconta pure un altro aneddoto: «Qualche settimana fa ero in auto con i miei bambini: ascoltavamo le partite e quando il radiocronista ha aperto il collegamento dallo stadio Armando Picchi di Livorno entrambi hanno espresso il desiderio di visitare lo stadio del “nonno”. Nei giorni successivi siamo venuti visitare il vecchio Ardenza. Abbiamo fatto le foto al busto di mio padre e alla scritta “Stadio Comunale” Armando Picchi. Si sono emozionati. E io con loro».

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La conversazione assume i connotati di una confidenza di quelle che vanno a scavare nei ricordi familiari, quelli intimi che potrebbe pure tenere per sé. E invece no. Leo Picchi condivide volentieri le sue emozioni, le dona: «Purtroppo non ho mai abitato con continuità a Livorno. Mio padre è mancato quando io avevo due anni e mio fratello Gianmarco uno. E da quel momento andammo a vivere a Genova, la città di mia madre. Ma con Livorno il legame è comunque fortissimo. Anzi. Con il tempo si è pure consolidato. Ricordi? Ne ho molti. Ci ho passato qualche estate. Mio zio Mario aveva una casa all'interno dei Bagni Roma ad Antignano. Ho trascorso del tempo anche nella casa sulla collina di Montenero che mio padre aveva scelto come residenza definitiva. Proprio a quel luogo sono legati ricordi meravigliosi».

L'amore di Leo Picchi per la nostra città è della stessa pasta di quello che questo popolo dal cuore grande ha riservato per suo padre. «La mia Livorno? È Il vento sulla faccia. Questa è una città che ti entra nell'anima. Se sto lontano per troppo tempo devo assolutamente tornare anche se non riesco a dire bene “de” e per questo i miei cugini mi prendono in giro».

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Sottile, quasi impercettibile il filo che divide le parole dalle emozioni. «È sorprendente notare come mio padre sia ancora oggi un esempio anche per le giovani generazioni. All'inizio non capivo i livornesi. Ero abituato ai genovesi che sono più schivi. A Livorno invece la gente è più estroversa, più diretta e non mi ha mai fatto mancare il suo affetto. Sento sulla mia pelle l'amore di Livorno per mio padre. C'è un grande rispetto per la sua figura. Dietro il mio cognome c'è una storia che nessuno ha dimenticato».

Già, ma come è possibile spiegare questo attaccamento viscerale della città ad Armando Picchi. Leo risponde con una punta di (garbato) orgoglio: «Le ragioni del cuore sfuggono alla logica, ma mi piace pensare che mio padre abbia lasciato questo segno indelebile perché ha fatto qualcosa di straordinario. Chissà forse la sua limpidezza, la sua rettitudine morale, la sua pulizia interiore lo hanno fatto diventare un personaggio che è andato al di là dello spazio e del tempo».

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La sensibilità di Leo Picch è disarmante: «Purtroppo non ho ricevuto direttamente da lui, ma per interposta persona, l'esempio che un padre dà ai propri figli. In questo senso la privazione è una sensazione dolorosa che non scompare mai. Quando ero piccolo mia madre e i miei zii mi raccontavano solo le cose giuste, quelle essenziali. C'èra in tutti una sorta di pudore e commozione per il dramma che aveva colpito la mia famiglia. Con il tempo, però, loro ma anche i compagni di squadra di mio padre e gli amici di sempre me lo hanno raccontato. E mi hanno trasmesso il suo carattere. Io sono più mite di lui, ma l'idea di non sentirsi inferiore a nessuno, di essere mai domi, quella sì, mi inorgoglisce ed è molto livornese». Ex compagni di squadra, amici livornesi. Leo Picchi ne ricorda tanti: «Mario Corso, Sandro Mazzola. E i livornesi Eolo Falorni, Carlo Vivaldi e Romano Vivaldi il popolare “Bistecca”. Tutti questi amici quando parlano di mio padre si commuovono. E questo mi apre il cuore».

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Intanto si avvicina la partita e Picchi si coccola il Livorno: «Mi piace molto questa squadra. Ha un ottimo allenatore come Nicola e poi gioca nel modo che piacerebbe tanto a mio padre. Non si dà mai per vinta. Dà battaglia con tutti. Gioca con orgoglio e a testa alta. Seguo da vicino i giocatori che l'Inter ha mandato in prestito al Livorno. Il mio preferito è Bardi. Il futuro è dalla sua parte. E spero che sia anche dalla parte del mio Livorno...».

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