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Passione in un fischio Le nozze d’oro di Tani col mondo arbitrale
«In 50 anni ho fatto tutto: direttore di gara, guardalinee, osservatore, dirigente e anche arbitro benemerito»
LIVORNO. Nozze d’oro con l’arbitraggio. Fernando Tani, 72 anni compiuti il 13 aprile, spegne le cinquanta candeline con il sorriso sulle labbra e la consapevolezza di aver lasciato una traccia indelebile in questo sport: come arbitro, guardalinee, osservatore, dirigente e arbitro benemerito.
«Ho debuttato in serie A, a S. Siro nella gara Milan-Pescara, il 4 maggio 1980. E in 12 occasioni ho fatto il guardalinee, in gare internazionali dirette dai colleghi Bergamo, Casarin, Ciacci, Gonella e Lattanzi, in Coppa dei Campioni, Coppa UEFA, Coppa delle Coppe, Mitropa Cup ed in incontri tra nazionali: Germania-Svizzera, Inghilterra-Scozia, diretta da Paolo Bergamo e l’amichevole Italia-Russia. L’esordio a Fiume, sempre con Bergamo, in Rjeka-Wrexam. Nel 1982 ho appeso il fischietto al chiodo. La passione però è rimasta immutata e ho iniziato la carriera dirigenziale».
Con quali ruoli?
«Dal 1984 al 1992 come presidente della sezione di Livorno. Per tre anni dall’83 all’86 sono stato osservatore alla Can c nei successivi dieci anni alla Can A e B. Inoltre nello stesso periodo e anche successivamente ho ricoperto l’incarico di rappresentante Aia alla lega serie C, ora Lega Pro. E per sette anni quello di membro della commissione arbitrale regionale, con alla presidenza: Bergamo, Ceccarini e Braschi. Inoltre nel 2000 da gennaio a ottobre sono stato commissario straordinario alla sezione di Grosseto».
Diciamo che non si è fatto mancare nulla...
Piuttosto direi che mi sono tolto molte soddisfazioni. Nel 1998 ho ricevuto anche la Stella a merito sportivo dall’allora presidente del Coni Pescante».
Facciamo un passo indietro. Perché arbitro?
«Lo dico con franchezza. La molla è stata la possibilità di andare a vedere le partite gratuitamente e di avere piccoli rimborsi. Poi è venuta la grande passione».
Qualche episodio curioso?
«A Cava dei Tirreni, al termine del derby di serie D tra Cavese e Benevento, con i padroni di casa in lotta per non retrocedere e gli ospiti vincenti e primi in classifica, ci fu un tentavo di invasione. A darmi una mano a placare gli animi furono due giocatori livornesi: Taddeini e Niccolai».
Cosa le ha dato e tolto l’arbitraggio?
«Dato tanto. La possibilità di girare l’Italia e in parte anche l’Europa. Di instaurare rapporti di cordialità con tante persone, non solo livornesi. La soddisfazione di vedere, tante volte, le facce serene e sorridenti, di dirigenti e giocatori di entrambe le squadre al termine delle partite, come segno tangibile di aver arbitrato bene. Tolto, in alcune circostanze, la possibilità di stare di più insieme alla mia famiglia. Per questo ringrazio mia moglie Carla che ha condiviso, facendo anche dei sacrifici, le mie scelte. E anche i miei figli Tiziana e Cristiano».
Più facile o più difficile arbitrare oggi?
«Molto più difficile. C’è maggiore velocità. Le tattiche sono esasperate. Il regolamento è più difficile da interpretare. Basti pensare a fuorigioco, volontarietà o involontarietà dei falli di mano, passaggi al portiere ed eventuali provvedimenti disciplinari da assumere».
Cosa spinge un giovane a fare l’arbitro nel 2013?
«La passione per il calcio. La possibilità di fare carriera abbastanza giovane, dato che si può iniziare a arbitrare a 15 anni. L’opportunità di forgiare il proprio carattere e fare sport in maniera diversa».
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