Gioco
Mandorlini, nemico felice poi quando Toni si tuffa...
Un vecchio nemico del Livorno dai tempi del 2002 quando giocava Igor Protti Quel coro dei tifosi contro Luci. E fra i due mister ci sono differenze di categoria
INVIATO A VERONA. Il nemico si è arreso dopo la vittoria: con tre punti in tasca, beato lui, e il vestito da cerimonia indosso. Andrea Mandorlini da Ravenna, nome in codice l’antipatico, depone - o almeno dice di farlo - l'ascia di guerra con gli amaranto 11 anni dopo aver dichiarato di invadere sistematicamente il confine dei nervi livornesi: era il 7 aprile 2002, e lui sedeva sulla panchina dello Spezia che correva con il Livorno di Protti verso la serie B.
Allora il capello riccio somigliava a quello vaporoso e scuro di Toto Cutugno prima maniera, mentre oggi ha l’aspetto di Angelo Branduardi un tantino diradato e stempiato. Sarà l'esperienza, allora, che gli fa dire: «Siamo diventati grandi - quando gli domandi se oggi si sente ancora orgoglioso di essere un nemico del Livorno - in passato ci sono state situazioni esasperate - prosegue - ora nelle squadre che incontro vedo solo avversari».
Anche quando dall'altra parte c'è l'amaranto, dunque, ma «stasera - ammette facendo venire qualche dubbio alla macchina della verità -sarò un po' più felice di altre volte». Così sembrano meno lontani gli anni di Mascia Ferri che in diretta tv al Grande Fratello faceva intendere un flirt con il tecnico e quelli in cui il Picchi sospettava la paternità dell'allenatore, ma il figlio - era il gossip - doveva essere il portiere atalantino Taibi.
A dire il vero, qualche segnale di pace in settimana era arrivato: a differenza di altre volte Mandorlini non aveva lanciato benzina sul fuoco in vista della sfida con gli amaranto. Forse anche perché le dichiarazioni dell'anno scorso gli erano costate tre mesi di squalifica e l'obbligo di sostenere i valori dello sport al termine di ogni intervista.
La sua partita sul campo inizia mentre il Bentegodi dedica l'ennesimo coro offensivo nei confronti di capitan Luci e della mamma. Guardandolo vicino a Nicola vedi che una cosa in comune ce l’hanno: sono tra i pochi allenatori di serie A che per andare in panchina scelgono l'abbigliamento sportivo; pantaloni elasticizzati blu e felpa celeste d'ordinanza per il tecnico scaligero tuta amaranto e bianca per il nostro.
Appena l'arbitro Tommasi fischia l'inizio Mandorlini nemmeno si siede, si piazza al margine della sua zona tecnica. Si accoscia, muove le mani, chiede di stringere ai suoi. Poi di salire quando Ceccherini commette un errore su un disimpegno e regala un fallo laterale ai padroni di casa. Si tocca la faccia. Dirà poi di quei momenti: «Il primo tempo è stato nervoso, abbiamo rischiato un paio di volte con le conclusioni di Paulinho. Ecco perché nell'intervallo ho detto ai ragazzi di darsi una scossa». La sua posizione in panchina non è cambiata, nemmeno quando dalla tribuna, sull'1-1 un paio di tifosi hanno iniziato a contestarlo: "Metti Cirigliano (dicono sia un promessa ndr) maledetto». Mister antipatia non ha ascoltato costruendo - a suo dire - «il secondo tempo più bello come intensità, voglia di vincere di tutto il campionato». E proprio con il Livorno viene da domandarsi.
Quando Toni ruzzola in area Mandorlini non fa una piega, lo stesso accade quando il Bentegodi esulta e lui si rimette al confine della legalità tra il campo e la panchina. «Luca stai più centrale», ripete cercando di convincere la squadra a stare stretta. Poi gesticola con la mano destra, poi le mani si intrecciano dietro la schiena, il massimo del nervosismo lo dimostra strappando un filo d'erba. Pensando già, con i tre punti in tasca, a come gestire il suo trattato di pace con i livornesi.
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