Gioco
Amsicora-Ercole Labrone Se la partita è mitologia
Il condottiero sardo diede il nome al mitico stadio dello scudetto del 1970 Il fondatore di Livorno usava la clava per convincere i galeotti a lavorare
di FEDERICO BUTI
Amsicora, chi era costui? Quando questo oscuro personaggio veniva spesso nominato, mezzo secolo fa, non era tanto facile appurarlo poiché a quei tempi non c’era Wiki e - vivaddìo - non c’erano nemmeno Caressa e la D’Amico.
Ma una domenica pomeriggio del 1968 o 69, fra un’interruzione ad Ameri e un passaggio di linea a Bortoluzzi, provvide il grande Sandro Ciotti durante l’altrettanto mitico “Tutto il calcio minuto per minuto”: Amsicora fu un valoroso e sfortunato condottiero sardo al tempo dei Romani, spiegò il Joe Cocker della radio togliendoci un dubbio fondamentale. Non è ironia, amici, perché se nella battaglia di Decimomannu Amsicora avesse sconfitto i Romani sarebbe cambiata un bel po’ la nostra storia; i suoi alleati Cartaginesi avrebbero controllato la strategica Sardegna, probabilmente vinto la seconda guerra punica che per loro si stava mettendo benino, e di conseguenza avrebbero dominato il Mediterraneo che all’epoca (215 avanti Cristo) equivaleva al mondo. Invece perse malamente e si suicidò, e poi la storia è andata come ben sappiamo e l’abbacchio ha battuto il cuscussù (ma non da queste parti).
Nelle sue rare raffigurazioni, Amsicora appare un omone corpulento, con lo sguardo truce e un randello o un pugnale: molto simile al leggendario fondatore di Livorno Ercole Labbrone. Stessa fierezza un po’ scalcinata, stessa improbabile vocazione alla gloria. Con la non piccola differenza che il nostro Labbrone si servì più della bocca che del randello (sennò sarebbe rammentato come Ercole Bastone): la clava la usò soprattutto per convincere a lavorare i galeotti di mezzo mondo che Dio gli aveva mandato in aiuto (?) e che rispondevano ai soprannomi di Gattuccio, Cicala, Grongo, Scòrpano e così via. Alla fine, con molti urli e qualche legnata Ercole ci riuscì, l’acquitrino fra l’Ardenza e il Pamiglione fu bonificato e i compagni di merende festeggiarono con una saporosa e ignorante zuppa di pesce, anche quella passata alla storia.
Ma a proposito di gloria scalcinata, le analogie non finiscono qui. Proprio nel nome di Amsicora, infatti, era stato battezzato il piccolo, vetusto e fiero stadio di Cagliari con gli avversari a portata di sputo e quasi di cazzotto, nel quale giocare una partita importante era come per gli antichi Romani avventurarsi sul Supramonte nel 215 avanti Cristo. E infatti in quello stadiolo il grande Cagliari del guerriero Giggirrriva (Gigi Riva), del trainer-filosofo Manlio Scopigno e del più grande autogoleador della storia Comunardo Niccolai vinse nel 1970 il suo primo e ultimo scudetto, a cui per inciso partecipò anche il caro amico Corradino Nastasio.
Dopodiché l’Amsicora fu chiuso e quel nome dimenticato per sempre. Il Cagliari si trasferì nel nuovo stadio di Sant’Elia dove non ha più vinto nemmeno la coppa del nonno, per non parlare delle peregrinazioni vergognose alle quali i tifosi rossoblù sono stati costretti negli ultimi anni dalle follie del patron Cellino, che li ha deportati fino a Trieste. Perciò, cari compari livornesi, ecco qua la morale: pensiamoci dimolto bene prima di chiudere il nostro scalcinatissimo e gloriosissimo stadio e di farne un altro a Salviano est, o peggio a Tombolo.
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