Il Tirreno

Livorno

De Rossi bimbo guastafeste per i 13mila

di Federico Lazzotti
De Rossi bimbo guastafeste per i 13mila

La Nord si trasforma in un albero di Natale, applausi e cori anche alla fine. La richiesta: vogliamo prezzi più popolari

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LIVORNO. Questa è la serie A: agrodolce come la trama di un libro di Jonathan Coe e beffarda come una spinta per le scale al buio appena svegli.

Così capita che un bimbetto biondo che ricordi di aver già visto dalle parti dell’Ardenza una trentina di anni prima, te lo ritrovi di fronte da avversario nel giorno e nel momento in cui pensi di poter toccare il paradiso. Per un’ora buona nemmeno te ne accorgi che è in campo, e per qualche minuto pensi pure di esserti sbagliato: sono passati tanti anni.

Poi, però, è lui che in un attimo ti smonta i sogni come quella carogna un po’ distratta che qualche giorno fa ha distrutto con un calcio il castello di sabbia che avevi costruito sulla spiaggia insieme a tuo figlio.

Nel caso di Daniele De Rossi, per l’anagrafe nato ad Ostia ma per tre anni livornese di adozione con il padre Alberto in amaranto, non c’è bisogno di chiedere scusa per il gesto sconsiderato, anzi, per lui che non segnava da una vita in campionato, quella di ieri è stata una rivincita.

Ma questa è la serie A dove non puoi sbagliare niente se vuoi sopravvivere. E i 13mila del Picchi lo hanno capito quando gli amaranto sono andati sotto di due gol in due minuti. Dopo gli schiaffi avrebbero potuto mettersi a sedere e continuare a guardare la partita come se fossero al cinema.

Dentro al cuore della Curva nord c’è un unico comandamento, profano certo, ma per farlo capire bene, non sia mai qualcuno lo dimenticasse, lo hanno scritto rivolto verso la gente. «Chi non canta resta a casa».

Un messaggio dal tono autoritario che sa di speranza. Che tradotto vuol dire che in qullo spicchio di stadio ci sarà sempre qualcuno ad urlare. Non sono un caso allora gli applausi a fine partita verso i giocatori, oppure il coro a Spinelli che è «il mio presidente». «Ora deve comprà qualcuno perché così si fa dieci punti in tutta la stagione», dice un signore all’amico sulla via del ritorno. E ancora: «Stasera qualcosa di buono si è visto, bene che Spinelli capisca che non si può fare la serie A con la Primavera».

In un romanzo che si rispetti non può mancare la polemica che sta dentro allo striscione esposto dai tifosi quando i tre punti erano già su un pullman diretto sud, sull’Aurelia. «Dov’è il settore popolare», hanno chiesto alla società con una filo di polemica molto probabilmente rispetto ai prezzi, considerati appunto poco accessibili.

Così la spending-review amaranto passa anche dalla coreografia. Allora il terzo esordio in serie A della storia moderna - forse complici i guai giudiziari di Silvio Berlusconi - è nel segno della morigeratezza. Addio alle diecimila bandane della prima a San Siro o alla megastriscione visto lo scorso anno in Curva nord con l’imperativo «Combatti».

Stavolta è toccato alle luci a intermittenza lanciate all’inizio della ripresa che hanno trasformato il cuore del tifo amaranto in un albero di Natale fuori stagione. «Voglian vedere finire il Livorno/ Voglian vedere finire gli ultrà/ma un bel giorno che è sempre più vicino/torneremo a caricar».

Solo un coro, perché di violento dentro e fuori dal Picchi - fatta eccezione per il fallaccio su Schiattarella a due passi dal traguardo e una scaramuccia in tribuna stampa - non se n’è vista.

C’erano bandiere, bambini con la maglietta amaranto, torsi nudi e qualche tacco alto alternato ad abbronzature da rotocalco. Controfigure perfette per il finale di un romanzo che la città, sotto sotto, sperava di poter scrivere magari cantando, ballando e sgambettando la Roma capitale in salsa americana.

Invece questa è la serie A, un libro tutto da scrivere. E nelle altre sedici squadre mica c’è un De Rossi ogni volta, uno che non vedi da trent’anni e dopo un anno di astinenza ti buca da trenta metri. Il Sassuolo non lo vediamo da tre mesi e nessuno ha un papà in maglia amaranto.

@fedelazzotti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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