Gioco
«Gettateci il cuore, ce la farete»
I ricordi e la carica di chi 4 anni fa annientò il Brescia, conquistando la serie A
LIVORNO. Una notte magica. L'abbiamo già vissuta, contro il Brescia, quattro anni fa. E ce la ricordiamo pure bene. Anche allora avevamo pareggiato a Mompiano. Anche allora avevamo due risultati su tre a disposizione, ma lo squadrone di Gennaro Ruotolo andrò oltre il compitino e spennò le rondinelle di Cavasin. 3-0 e festa grande in città per il ritorno in A dopo appena una stagione di purgatorio tra i cadetti.
Quattro anni dopo i protagonisti di quell'impresa ripercorrono con la memoria quella sera indimenticabile.
RICCARDO BONETTO
L’esterno sinistro durante quella stagione percorse centinaia di chilometri sulla fascia sinistra, arata da cima a fondo. Gli chiedi di quel Livorno-Brescia e quasi si commuove: "Mammamia che serata!! La ricordo come fosse adesso. È la più grande soddisfazione della mia carriera. Che emozione!».
Il terzino di Asolo non si ferma, proprio come quando indossava la prestigiosa maglia del Livorno: «Fu un anno fantastico culminato con quella finale di ritorno eccezionale. Quando misi piede in campo per il riscaldamento mi sembrava d'essere al Bernabeu. Lo stadio era piena e interamente colorato d'amaranto. Sentivo il mio cuore battere all'impazzata. In quel momento abbiamo capito che avremmo vinto».
Bonetto e la partita perfetta: «Non ci fu storia. Queste sono le gare in cui si capisce chi sono i giocatori veri, quelli preparati sul piano mentale per affrontare gli spareggi».
Quella notte il fiume amaranto tracimò: «Sì. Andavamo avanti sulla spinta delle energie nervose. Quelle fisiche, dopo 45 partite, erano ridotte al lumicino, ma noi non ci pensavamo. Era la testa che comandava le gambe e con quella grinta e determinazione portammo il risultato dalla nostra parte».
TOMAS DANILEVICIUS
Anche Tomas Danilevicius c'era. E con il suo accento livornese contaminato dal lituano rammenta: «Esattamente come adesso, avevamo pareggiato a Brescia, ma non pensammo minimamente ad amministrare il risultato dell'andata. Scendemmo in campo con grande serenità e senza aspettare gli avversari confidando magari su un contropiede: troppi rischioso. Li aggredimmo subito».
Tomas, che oggi gioca nel Latina in Prima Divisione ripensa anche ai tifosi: «C'era uno stadio stracolmo. Da paura. In cuore nostro avevamo sensazioni positive, eravamo tranquilli. Poi quando vedemmo quella muraglia amaranto ci caricammo ancora di più».
Non ha dimenticato neanche un frame di quella partita, Tomas: «Vincemmo 3-0, e un risultato del genere in una finale non accade tutti i giorni. Segnammo pure tre gol bellissimi. Ci pensate? Tavano di testa: non è la sua specialità. Poi Alino Diamanti, mancino naturale, di destro al volo e infine Bergvold dal limite dell'area. Ci riuscì tutto bene perché eravamo consapevoli della nostra forza».
“Danilovic”, come lo chiama Spinelli, manda un sincero in bocca al lupo ai suoi eredi amaranto: «Forza ragazzi. Dopo la stagione che hanno fatto e con il gruppo che hanno costruito, possono farcela. Sono fiducioso. E non dimentico i tifosi. Quando posso vengo a Livorno e in città si respira il clima dei vecchi tempi, quello che piace a me. C'è tanta partecipazione e questa è l'arma in più a disposizione dei ragazzi di Davide Nicola».
FABIO GALANTE
Fabio Galante era la chioccia della squadra di quattro anni fa: «La prima immagine che i viene in mente ripensando a quella sera? Lo stadio pieno. Che emozione! Ci giocammo il ritorno in serie A sotto gli occhi della nostra gente. Meraviglioso! Non dimentico i festeggiamenti nello spogliatoio. I più scatenati erano Antonio Filippini, Alino Diamanti e Perticone. C'era una felicità contagiosa. Ricordo anche la gioia del presidente Spinelli che era davvero emozionato».E alla fine anche lui fu coinvolto nello stanzone amaranto in una doccia collettiva, con spumante e festeggiamenti.
Galante spiega quale fu l'arma in più del Livorno: «La consapevolezza. Sapevamo di essere più forti e dovevamo dimostrarlo sul campo. Tensione? C'era perché ci giocavamo tutto, ma eravamo in casa nostra e con l'intima convinzione che quello era un risultato alla nostra portata».
Oltre al risultato dell'andata è proprio questa l'analogia con il Livorno di oggi: «Sì. Anche la squadra di Nicola deve sapere che può farcela. Ha disputato una stagione eccezionale, gioca un gran bel calcio e con un pizzico di fortuna in più sarebbe a quest'ora sarebbe in vacanza come avrebbe senza dubbio meritato. In bocca al lupo, ragazzi, io sono con voi».
ALFONSO DE LUCIA
In porta quella sera c’era Alfonso De Lucia. All’andata giocò Mazzoni visto che il “collega” era squalificato, poi al ritorno toccò a Fofò difendere la porta amaranto.
«È il più bel ricordo della mia carriera. Con un pubblico così non potevamo che vincere. Già dalle fasi del riscaldamento il colpo d'occhio era impressionante. La nostra forza era il gruppo».
Ma con De Lucia si può andare oltre il tuffo nel passato. Lui infatti è rimasto nel gruppo di Davide Nicola fino a gennaio, dunque conosce alla perfezione i meccanismi e le dinamiche del gruppo, ma anche la forza di questo Livorno. «Vero. E in questo gruppo rivedo la stessa forza interiore che sentivo quattro anni fa. Ho vissuto con questi ragazzi fino a gennaio e conosco bene il valore tecnico e umano di questa squadra. C’è un grande allenatore, i giocatori lo seguono perché credono in lui, e fanno benissimo. In più ci sono che ottimi valori tecnici, che lo scorso anno si erano come persi».
È fiducioso De Lucia. «Sono certo che la spinta della gente sarà determinante. Sono ancora legato a tanti livornesi e mi dicono che domenica ci sarà uno stadio pieno. Immagino già lo spettacolo della Curva Nord. Quando i tifosi del Livorno sono al fianco di chi va in campo non ce n'è per nessuno».
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