Sicurezza
Santa Giulia in due città è il derby della patrona
Anche a Brescia festeggiano il 22 maggio che per un capriccio del destino è la data del primo confronto col Livorno per il sogno chiamato serie A
LIVORNO. Fra gli amaranto livornesi e le “rondinelle” bresciane non c'è di mezzo soltanto un sogno a metà: quello di poter tornare in serie A a giocare nel tempio del dio Pallone. C'è a metà anche la santa patrona: santa Giulia. E, per un capriccio del destino, ecco che è proprio domani che Livorno e Brescia disputeranno il primo round dei playoff: nel giorno di santa Giulia.
Beninteso, non era né livornese né bresciana, ma una «extracomunitaria arrivata con un barcone», come ha sottolineato il vescovo (pisano) Simone Giusti in una predica controcorrente proprio in occasione delle celebrazioni solenni di questa santa-ragazzina, che in realtà era la rampolla di un nobile casato cartaginese - tunisina, insomma - finita in schiavitù e venduta a un mercante che si chiamava Eusebio. Inutile dire che, in questo castello dei destini incrociati fra altari e gol, il riferimento vale tanto per quell’Eusebio Di Francesco mister del Sassuolo quanto per il fuoriclasse portoghese, guarda caso di origine africana pure lui, che la nomenklatura del calcio ha giudicato fra i 10 giocatori-mito del Novecento: non a caso, ha messo la firma su 300 reti nel suo Benfica anni '60-70.
Noi, feudo rosso di mangiapreti devoti alla Madonna, e loro, roccaforte bianca cuore della finanza cattolica del Nord, siamo le uniche due città che dedicano il 22 maggio a questa santa-ragazzina: altrove il calendario liturgico della Chiesa cattolica mette in agenda un grosso calibro come santa Rita da Cascia, la “santa delle cause impossibili”.
Siamo negli anni in cui l'Impero romano è solo l'ombra di sé stesso: Roma saccheggiata, Cartagine idem. È in Corsica che arriva il barcone randagio del commerciante levantino con a bordo Giulia, lo dice una “Passio” del settimo secolo dopo Cristo. È lì che la sceneggiatura del film prevede il martirio che farà di questa ragazza una santa: non è il suo padrone l'aguzzino bensì il governatore del luogo dove tocca terra. Di fronte a un aut aut: o si inginocchia a adorare le divinità che lui venera o la farà ammazzare. Lei doveva essere una tipina tosta e non rinuncia ad andare in direzione ostinata e contraria: e, dopo una sfilza di torture-pulp, visto che ci tiene tanto al crocifisso la mettono in croce sulla spiaggia.
Ma fin qui né Livorno né Brescia sono dentro la scena: da viva Giulia non era stata in nessuna delle due città (anche perché Livorno era tutt'al più un grumo di case di pescatori mentre Brescia era già un ducato longobardo).
Diventerà livornese solo in seguito: prima perché saranno i monaci benedettini dell'isola di Gorgona che sfidano le onde per andarne a prendere il corpo crocifisso sulla spiaggia, poi perché a Livorno arriva dal mare in quello che, secoli dopo, sarà uno dei porti più importanti e multietnici del Mediterraneo.
Diventerà bresciana ancor più tardi: con il re longobardo Desiderio, probabilmente un mezzo lucchese, che dà retta alla moglie e fa trasportare nella sua Brescia le reliquie di santa Giulia per destinarle al monastero in cui sarà badessa la figlia Anselperga.
Non è l'unico crocevia della storia in cui i destini delle due città si sono incrociati. E non stiamo parlando del regno del pallone: Carletto Mazzone l’abbiamo visto sulla panchina amaranto come su quella bresciana, Alino Diamanti è stato una star della squadra labronica ma al ritorno dal West Ham ha fatto il nido fra le “rondinelle”, i gemelli-rock Antonio e Emanuele Filippini sono bresciani doc e nella loro città sono tornati ma dopo aver vissuto una bella stagione alla corte di Aldo Spinelli.
No, stiamo parlando del Risorgimento e del fatto che noi e loro eravamo sullo stesso lato della barricata: nel 1849, nella rivolta contro le truppe austriache.
Quell’anno, in marzo, è Brescia a ribellarsi al maresciallo Radetzky con l'insurrezione delle “Dieci giornate” (per le quali un quasi-livornese come Giosuè Carducci ribattezzò la città lombarda come la “Leonessa d'Italia”). Passa qualche settimana e in maggio è Livorno ad avere l'orgoglio disperato di resistere a quella “macchina da guerra” che era l'esercito austriaco: per due giorni a Porta San Marco i patrioti democratici reggono l'impatto (va da sé che, secondo la tradizione popolare labronica, non potevano che essere pisane le spie che aiutano il feldmaresciallo D'Aspre a far saltare la difesa degli uomini di Bartelloni).
I fedeli della (doppia) patrona hanno inventato il “cammino di santa Giulia”: un pellegrinaggio fra bici e trekking dall’una all’altra città. Sulla stessa rotta domani anche i tifosi di fede amaranto: a caccia di benzina per far girare il motore della speranza. Santa o no, nella lotteria dei playoff quel che conta è soprattutto una cosa: crederci.
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