Gioco
14 aprile a Pescara: lacrime e pianto per l’addio del Moro
Al 31’ del primo tempo col Livorno sul 2-0 la caduta fatale davanti alla panchina. E gli inutili soccorsi al numero 25
LIVORNO. «Andiamoci a prendere questo risultato», aveva detto Piermario Morosini ai compagni vestiti di amaranto sfoggiando il solito sorriso prima di salire le scalette che portavano in campo. Cielo grigio, pioggia, era sabato 14 aprile 2012: il Pescara di “Zemanlandia” volava primo in classifica, calcio spettacolo e serie A dentro i piedi, ma dopo 12 minuti il Livorno era avanti 2-0: colpo di testa di Dionisi su corner, punizione di Belingheri che passa sotto la barriera e fulmina il portiere abruzzese.
Piermario era lì col numero 25, a tenere unita la linea di centrocampo, dispensando intelligenza, generosità, senso tattico. Trentunesimo minuto del primo tempo: gli amaranto stanno ripiegando per contenere un attacco del Pescara. Anche Morosini corre indietro, ma davanti alla panchina ospite comincia a barcollare e cade in ginocchio. Si rialza e la gambe gli cedono di nuovo. Annaspa per la terza volta, poi crolla con la faccia sul prato. L’arbitro sta seguendo l’azione, la tragedia gli succede alle spalle: Salviato e Schiattarella, i compagni del “Moro”, gridano per fargli interrompere il gioco, ma ancora prima che il fischietto fermi la partita sul campo si sono già precipitati il massaggiatore del Pescara e il medico del Livorno. Momenti terribili, occhi sbarrati, mascella serrata, tutti hanno già capito tutto.
Chi era a Pescara quel giorno si porterà dentro emozioni e immagini terribili. La frenesia dei soccorsi, il mistero del defibrillatore, l’ambulanza che può entrare in ritardo sul prato perché bloccata da quella “Punto” dei vigili urbani che ostruiva l’ingresso per raccogliere Piermario portandolo nella sua ultima disperata corsa verso l’ospedale Santo Spirito. Uno stadio nell’angoscia totale, sette minuti interminabili, poi i compagni del “Moro” con la faccia stravolta, mentre il direttore generale Gardini piange a dirotto al cellulare parlando con Spinelli. I giocatori amaranto, lacrime e faccie sconvolte, scappano nello spogliatoio, mentre la curva nord dei tifosi adriatici canta “la partita va sospesa”. E’ così, ormai conta solo quella che sta giocando Piermario. Lo stadio si svuota mentre in tanti insieme al pullman del Livorno calcio vanno al pronto soccorso per avere notizie, aggrapparsi a una speranza impossibile, la stessa che la fidanzata del “Moro”, Anna, da casa sua aveva purtroppo già perduto in questo pomeriggio crudele, un ping pong con la morte come triste compagna. A spegnere per sempre con l’annuncio del primario del reparto di Unità coronarica dell’ospedale Santo Spirito - Raffaele Paloscia - che taglia anche l’ultimo esile filo parlando con giornalisti e tifosi lì davanti all’ingresso del pronto soccorso.
Piove, ma nessuno se ne accorge, il dolore diventa un abbraccio collettivo, un modo per scongiurare la morte. Ore 16,45 di sabato 14 aprile 2012: il calcio aggiunge nella sua tragica lista un’altra vittima innocente. E questa volta è un ragazzo che nonostante una vita familiare che lo ha già segnato tantissimo (via mamma, padre, un fratello e una sorella viva ma in un istituto per disabili), aveva ancora la voglia di crederci, di lottare col sorriso sulle labbra, trasmettendo a tutti perle di saggezza e un affetto che parte dal cuore. Con gli occhi unici testimoni e ammessi a velarsi per un attimo trasmettendo - ma solo ogni tanto - tutte le emozioni abitanti dentro il cuore del “Moro”, uno chiamato sempre ad affrontare la vita controvento. Lasciando solo agli occhi il compito di far trasparire a piccole dosi un velo di tristezza. Ma la bocca no, con quella sorrideva sempre.
Anche nella sua breve presenza in maglia amaranto (da fine gennaio ad aprile) Piermario aveva saputo fare breccia in questa città dissacrante, sempre pronta a non prendere nulla sul serio, però che alle Olimpiadi del cuore potrebbe vincere la medaglia d’oro. Il quinto Moro era riuscito a farsi capire al volo, quel sabato maledetto di Pescara ha spezzato il feeling con le parole, non certo il ricordo. Perché nessuno se ne va mai per sempre.
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