Il Tirreno

Livorno

Il pallone ma anche la politica Quando il nemico resta a distanza

di Dario Serpan
Il pallone ma anche la politica Quando il nemico resta a distanza

Al Circolo Norfini davanti a Sky: sfottò, la gioia del momentaneo vantaggio, la rabbia per il pareggio Gli ultimi minuti sono stati una sofferenza poi il fischio liberatorio che regala un punto pesantissimo

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LIVORNO. Vernacolo amaranto. Quando gioca il Livorno non c’è bisogno di andare a teatro e tartassare i portafogli. Basta scegliere un bar, un circolo, un club dove in città la gente si riunisce a seguire le trasferte della squadra di Nicola, e quella di Verona non era proprio il caso di perdersela, davanti ai maxischermi, pur se la notturna obbligava ieri a cenare in fretta e poi uscire di casa. Ma i livornesi non si fanno belli di sera, basta presentarsi e far sentire la propria voce.

Per seguire la diretta Sky di Verona-Livorno noi scegliamo il Circolo Norfini di Colline, quello dove ha sede il club amaranto intitolato a Mario Stua. Fuori, accanto all’insegna, ci sono appese due bandiere: una di Rifondazione Comunista, l’altra è bianca con scritto “Vota Ingroia”. Le elezioni son passate e “Rivoluzione Civile” non ha vinto; meglio entrare, allora, e vedere come andrà quella amaranto. Sì perché col Verona c’è una storia di rivalità che non è solo sportiva: tifoserie agli antipodi per mentalità e credo politico. Carne al fuoco che si aggiunge alla cornice di un match che oppone la seconda e la terza della classe. E allora la carica raddoppia, la sala del circolo pian piano si riempie, e quando scatta il fischio d’inizio dell’arbitro Tommasi la platea è esaurita.

Età media 50 anni, circa 100 persone accanite, di cui neanche 10 donne, ma almeno si attraversano più generazioni. Nonni coi nipoti, amici adolescenti, pensionati e ragazzi uniti per una causa che stasera vale di più, perché si sa che il Livorno si gioca al Bentegodi una bella fetta di stagione. Quindi nessuno si risparmia, sembra una parola d’ordine, perché i commenti sono pioggia dal soffitto e scaldano immediatamente l’atmosfera. Il primo bersaglio è proprio lui, quell’Andrea Mandorlini che, appena inquadrato dalle telecamere, si becca una raffica di “saluti da Livorno”: Il più carino è “Bazza unta”, in un ventaglio che va da “Pecora nera” a “Fascista”. Per Nicola e i suoi, invece, sono solo applausi in avvio di gara, anche perché all’11’ accade già ciò che tutti invocano: errore in area del Verona, «che arrosto!» grida qualcuno, Paulinho è lì e insacca la palla per lo 0-1. Tutti in piedi, urla di gioia, avanti così. Solo un signore col berretto, a scopo di vernacolo, si alza un minuto dopo e fa: «Scusate, ma perché vi siete alzati tutti. O cosa è successo?». Inguaribili burloni che siamo, ma purtroppo alla distanza la voglia di scherzare scema, perché l’Hellas comincia a farsi pericoloso. E finché Fiorillo para le bocche non si storcono, ma poi le smorfie sono inevitabili quando Martinho buca il numero 12 amaranto sul suo palo, e firma l’1-1. E’ il punteggio che fissa il parziale, e quando tutti si alzano per una capatina al bar, è lapidario il commento di un tifoso: «La squadra sta facendo bene, ma si gioca senza portiere».

Si gioca anche in 10, dal 17’ della ripresa, quando Tommasi espelle Duncan per doppio giallo, ma il popolo amaranto grida all’ingiustizia, «perché il fallo su Cacia non c’era, espulsione avventata». E così, mentre Hallfredsson «sembra Maradona», e l’arbitro «le fischia tutte a loro», il Livorno soffre, «s’è perso il centrocampo». Commenti a catena, ma nessuno perde la speranza, pur se le opinioni si dividono tra i presenti in sala, però alla fine il barista cheta tutti quando dice: «Veniamo via da Verona con un pareggio. O cosa si vuole di più?». Giusto, la resistenza amaranto ha raccolto frutti, il nemico resta a distanza, e non solo in classifica.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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