Toscana
Se il bambino è fuori squadra perdono tutti
La famiglia non paga e lui non può giocare Una domenica al campo dopo l’estromissione
LIVORNO. È domenica mattina, i bambini giocano a pallone sul campo spelacchiato del Livorno Nord Pontino. I padroni di casa degli Esordienti 2001 affrontano i pari età dell’Armando Picchi davanti ai genitori seduti in tribuna. L’alternanza tra sole e nuvole toglie luce alla scena. Un riflesso opaco, come la vicenda che ha coinvolto un genitore e la società locale che è satellite della Roma. Una storia di rette non pagate a causa della perdita del lavoro e di decisioni prese da parte della dirigenza di non convocare più alle partite il figlio del disoccupato. E in mezzo il bambino di 11 anni che non si allena nemmeno più con gli amichetti. «È la sconfitta più grande», dicono i genitori sulla tribuna in fondo al campo.
L’epilogo è di quelli che si definiscono “limite”, ma l’origine del triste racconto è ormai una consuetudine, seppur recente, del calcio giovanile toscano. Si va dal commissariamento della Freccia azzurra a Pisa, dove le rette non pagate dalle famiglie sono passate dalle cinque dell’anno scorso alle trenta di quest’anno, alla rinuncia di molte famiglie ad andare a vedere le partite dei figli, perché non pagano e preferiscono non incrociare i dirigenti per non fornire imbarazzanti spiegazioni. «Ci sono famiglie effettivamente in difficoltà, ma che si vergognano a consultarci - spiega Fabrizio Ricci, direttore tecnico della scuola calcio degli Aquilotti Sant’Anna, squadra di un quartiere popolare di Lucca - E poi ci sono situazioni sospette riscontrabili anche dal fatto che le famiglie non vengono alle partite per non pagare il biglietto. Spesso proponiamo una diminuzione della retta, una dilazione nel tempo o altre soluzioni». Esempi di una crisi che non guarda in faccia proprio nessuno e che coinvolge chi, invece, dovrebbe fissare lo sguardo sul futuro con il sorriso ingenuo e spensierato tipico della giovane età.
«E purtroppo qui siamo a parlare di un bambino di 11 anni che si è ritrovato fuori da una squadra in cui stava davvero bene - spiega Massimiliano Bacci, dirigente di una delle formazioni giovanili del Livorno Nord Pontino e padre di uno dei ragazzini in campo nella squadra Esordienti 2001 - C’è stato un problema di comunicazione tra il padre del bambino e i dirigenti che speriamo si possa superare». Bacci parla con le mani attaccate dalla rete, a pochi passi dalla tribuna dove i babbi e le mamme dei giocatori del Pontino guardano la partita, commentando anche l’episodio accaduto in settimana. Fin da subito è stato chiaro a tutti che lo sviluppo della vicenda non sarebbe stato felice. «Di persone in difficoltà economica, purtroppo, ce ne sono sempre di più - dice Carlo Martinelli - Questa vicenda non è diversa da molte altre, ma poteva essere sicuramente gestita meglio, perché in mezzo è finito il bimbo che non ha nessuna colpa».
Dai racconti emerge che la comunicazione dell’esclusione del piccolo giocatore dalla squadra per la partita, a causa del mancato pagamento della retta, sia stata fatta dalla società al padre, proprio al campo sportivo, con l’undicenne vicino ad ascoltare. Difficile tratteggiare esattamente cosa sia successo. «Ma di sicuro - spiega un genitore seduto in tribuna, mentre guarda la partita - poteva essere chiarita in una stanza tra persone adulte».
La retta al Livorno Nord Pontino è di 300 euro all’anno, compreso il kit abbigliamento che include una borsa, la tuta ufficiale e quella per gli allenamenti. Una somma non lontana da quello che si paga in altre società, ma non indifferente per famiglie con problemi di lavoro, a cui, però si sommano anche altre spese. «I biglietti d’ingresso alle partite sono un altro aspetto del problema - dice una mamma del gruppetto dei genitori del Pontino - perché qui da noi costa 4 euro, ma nei campi dalle parti del mare anche 5 euro». Spese su spese alle quali le società non possono rinunciare, ma che sulle spalle delle famiglie pesano come veri e propri macigni. E che a volte creano casi come quello scoppiato nei giorni scorsi. In queste situazioni può intervenire la Consulta di quartiere, che è proprietaria del campo sportivo. «Di soluzioni da poter mettere in pratica ce ne sono molte - dice di nuovo Martinelli - E speriamo che si possano fare passi indietro e far giocare di nuovo il bambino con i suoi amici». All’inizio, le famiglie degli altri giovani hanno pensato anche a una colletta pur di non far perdere l’anno al bimbo. «Però non si sa come possa prenderla un babbo ferito nell’orgoglio di non poter far fronte alle spese del proprio figlio», commenta un altro uomo seduto nella tribunetta in metallo.
Giá, l’orgoglio. Quello che in campo ti spinge a dare di più, a non mollare e a fare di tutto per riprendere una partita che appare ormai perduta. Quello che i piccoli in maglia nerazzurra dell’Armando Picchi hanno messo in campo per recuperare il gol del Livorno Nord Pontino, riuscendo a ribaltare il risultato nel terzo tempo. Un orgoglio che i grandi, nel caso della retta non pagata, sono riusciti a usare per perdere la partita più importante. Intanto, sul campo, i padroni di casa non si arrendono e riequilibrano le sorti per un 2-2 da applausi. Alla fine sono tutti soddisfatti. Giocatori, allenatori, dirigenti e genitori. Si sono divertiti in una domenica mattina tra sole e nuvole. Ma il pensiero va a quel bimbo che è dovuto rimanere a casa, pensando agli amici sporchi di fango, ma felici.
«Bastava parlare di più, anche perché i problemi ce l’hanno le famiglie, ma anche le società», dice un signore mentre sale in auto per raggiungere la famiglia con la quale consumerà il pranzo della domenica. I dirigenti presenti al campo dei quartieri nord di Livorno non commentano. Ma ascoltano e annuiscono, come a comprendere le ragioni di tutte e due le parti. Uno di questi dice: «Le bollette sono sempre più care e non è facile fare fronte alle spese». L’allenatore Alessandro Pacini, in una tuta bianca immacolata “griffata” As Roma, è stato a un corso denominato Uefa B a Lucca nell’ultimo mese e mezzo, e dice di non aver seguito la vicenda: «Posso solo dire che il calcio è cambiato. Mi ricordo che quando arrivai da giocatore all’Armando Picchi, tanti anni fa, mi consegnarono un buono per comprarmi le Superga. I genitori non dovevano pagare niente e ognuno poteva giocare nella squadra che preferiva. Oggi è diventato impossibile, sia per le società che per le famiglie. E il brutto è che tante realtà l’anno prossimo rischiano di sparire».
(ha collaborato M. Citarella)
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