Italia
Mischie, mete e tutti a tavola: cucina mamma
Gli under 8 della palla ovale tra placcaggi e scontri, ma poi tutti amici al “terzo tempo”
LIVORNO. «La cosa bella di questo sport è che offre uno spazio a tutti. Contrariamente a quel che si pensa, può giocare il bimbo robusto, ma anche il magrolino svelto. E poi è lo sport più naturale del mondo, perché se butti una palla in mezzo a un gruppo di ragazzini, uno la prende e corre e gli altri gli vanno dietro. E questo è il rugby». Elena Malenchini è un'insegnante di educazione fisica, oggi in pensione. Ma soprattutto è una di quelle persone che hanno diffuso la passione per la palla ovale a Livorno, tanto da far diventare la provincia labronica la seconda in Italia con il maggior numero di rugbysti rispetto alla popolazione. Elena sorride mentre gira la pasta nel pentolone nella cucina della Club House nell’impianto degli Etruschi Livorno. Fuori, nel campo Tamberi, dove la terra predomina nettamente sull'erba, bambini di sei e otto anni stanno correndo, placcando e andando a meta. C’è un cosiddetto concentramento tra i padroni di casa, Cus Siena, Elba e Sesto Rugby, in cui tutti giocano contro tutti in campi ridotti e in partite da otto minuti a tempo, con sole azioni alla mano. Il luogo ideale per conoscere i motivi per i quali il rugby sta diventando così popolare, soppiantando sport più famosi come il calcio.
In campo, come diceva la professoressa Malenchini c’è un po’ di tutto: il magrolino che sgattaiola fra le braccia degli avversari, il forzuto che placca con energia, quello alto e slanciato che si prende il pallone e se ne va in meta e i distratti che mentre gioca la loro squadra, guardano la partita nel campetto a fianco. Il sole e la bella stagione che avvolgono la zona industriale di Livorno tolgono un po’ di romanticismo a questa disciplina per uomini, o ometti in questi casi, duri e sporchi. Mancano la pioggia e il fango in cui i bambini che amano il rugby sguazzano. «È uno spasso sentire le mamme che alla rete dicono di non sporcarsi ai figli e questi che, invece, non perdono occasione per rotolarsi a terra», racconta Carlo Ghiozzi, presidente degli Etruschi e giocatore della prima squadra che milita in serie C. La sua è una delle tre società labroniche che sta riscontrando un vero boom d’iscritti: «Nei quartieri nord di Livorno il rugby è ormai l’unico sport rimasto e riceviamo sempre più iscritti». Ma non è solo il caso livornese a dimostrare quanto sia in auge la palla ovale tra i più piccoli e i loro genitori. All’Elba, la società di Portoferraio ha 200 tesserati nelle giovanili, più o meno come il calcio locale. «Per fortuna siamo riusciti a far dimenticare il pallone ai bimbi e a farli giocare a rugby», afferma Giampietro Di Chiara, macchina fotografica al collo e tuta dell’Elba Rugby. I suoi bimbi, Matteo e Simone, otto e sette anni, tra loro sono zio e nipote, visto che il primo è figlio di Giampietro e fratello della madre del secondo. «Mia figlia ci ha fatto una splendida sorpresa quando aveva 18 anni - dice l’uomo - ed eccoli lì a giocare tutti e due insieme a rugby».
Storie di una mattinata al sole, in cui entra di diritto anche Sofia Taylor, signora inglese sposata con un italiano, il cui figlio, Oliver Bruni, gioca nel Cus Siena. Lei stessa è un’ex giocatrice di rugby dei tempi dell’università. «Se Oliver avesse voluto giocare a calcio non avrei gradito - dice mentre non perde di vista per un attimo il campo - Non mi piace l’ambiente di quello sport che, apparentemente è meno violento del rugby, ma in realtà lo è molto di più, sia in campo che fuori». Nei due terreni di gioco, delimitati da “cinesini” bianchi, intanto, gli allenatori (anzi, gli animatori, come vengono chiamati i tecnici nel rugby e che devono avere necessariamente un patentino federale), seguono le squadre stando dietro ai giocatori e correggendone le posizioni durante le partite. Le indicazioni nelle orecchie dei bambini sono urlate a gran voce e questi non si risparmiano, entrando nelle mischie o buttandosi alle gambe degli avversari per effettuare un placcaggio. Da fuori i genitori incitano i figli, per niente intimoriti dai continui contatti fisici, in cui paradenti e caschetti riescono a evitare infortuni. Il gioco è maschio anche a questa età. Ma, come da tradizione, alla fine tutti nella Club House, dove Elena Malenchini, Sabrina Celanti e altre mamme stanno preparando wurstel, salsicce, patate fritte, pastasciutta al pomodoro o prosciutto e funghi e dolci. Alcune di loro hanno figli che giocano in altre squadre degli Etruschi, ma sono comunque qui a dare una mano. Tra poco arriveranno decine di bambini affamati. Mangeranno e rideranno tutti insieme. È il “terzo tempo”, un momento irrinunciabile del rugby al pari di un placcaggio, una mischia o una palla ovale schiacciata in meta.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
