Gioco
Il piccolo Zorro sul tetto d’Europa
Gherardo Caranti, atleta della Fides, ha vinto a Budapest il titolo continentale di sciabola Cadetti
LIVORNO. Dopo la vittoria ai campionati italiani di sciabola Cadetti di Udine di circa venti giorni fa, ecco il successo a quelli europei di Budapest di giovedì. Per il quasi sedicenne Gherardo Caranti, il ragazzone acqua e sapone del glorioso circolo Fides, un’altra cavalcata trionfale e un sogno che, giorno dopo giorno, si ingigantisce. Per mettersi la medaglia d’oro al collo, nella capitale magiara, Gherardo non ha sbagliato davvero niente e ha concluso la sua corsa, verso il suo primo alloro continentale, imbattuto, grazie a sei successi su altrettanti assalti nel girone e un bel filotto di vittorie nelle dirette. L’ultima, la più bella ed entusiasmante, in finale contro l’ucraino Platonov, battuto nettamente 15-9.
Passione e sacrifici. Dietro la vittoria di Caranti c’è indubbiamente tanto talento. Ma a fare la differenza ci sono passione e sacrifici. Non si diventa campioni europei per caso e per di più in una delle roccaforti planetarie, di questo sport, come l’Ungheria. Per Gherardo lo sport ha una valenza importante, ci mancherebbe altro, ma lo studio non è da meno. «La scherma ha cadenzato tutte le mie giornate - dice - Fare bene e abbastanza velocemente i compiti prima di recarmi al circolo Fides è fondamentale». Gherardo frequenta con buonissimi risultati il liceo classico: « È stata, come la scherma, una scelta molto indovinata e se vogliamo pure un po’ controcorrente».
Spadaccino per caso. «Ho cominciato questo sport per caso a sei anni. Era settembre e stavo per iniziare la prima elementare. Tornavamo dal mare un pomeriggio, imboccammo in auto Via Allende. Mia madre mi faceva notare quali sport si potevano praticare là: nuoto, atletica leggera, basket e poi disse “scherma”. Io chiesi di cosa si trattasse, lei mi rispose “fare come Zorro”». Un nome che stimolò subito la curiosità del piccolo Gherardo. Quando la mamma gli disse se voleva andare a vedere di cosa si trattasse non se lo fece dire due volte. «Entrammo – aggiunge Gherardo- al Circolo Fides. A quell’ora c’era solo il padre di un atleta, il dottor Ageno che mi prese per mano. Mi fece vedere la palestra, le fotografie, una stanza piena di coppe, mi disse che ero uno sciabolatore e di provare la mattina dopo. Per questo chiesi a mia madre di svegliarmi presto. Arrivato in palestra dovetti scrivere il mio nome. Lo feci in stampatello, con caratteri grandi, un po’ in obliquo. Poi mi accolse il maestro Rolando Rigoli, quello della foto nell’ingresso. Il campione olimpico che mi presentò agli altri bambini e ragazzi. Malgrado fossero tutti più grandi di me, si presentarono dandomi la mano».
L’incontro con la sciabola. Il racconto di Gherardo prosegue con riferimenti cronologici per definiti. «Poi ho conosciuto l’altro maestro, più giovane, Nicola Zanotti, e la sciabola. Da quel giorno non ho mai smesso. Anno dopo anno, sono stato abbracciato, sempre più, da quella stupenda rete di amicizia e affetto che fa da collante, tra grandi e piccini, maestri e ragazzi, genitori e atleti. Un luogo in cui essere campioni è del tutto normale. In cui si può da bimbi tirare o, almeno, giocare a pallone o ping pong con dei fuoriclasse della scherma di ogni età».
La medaglia di Scuri. «Quando avevo sette anni mio padre disse a un amico con cui giocava a calcetto, Angelo Scuri un altro campione olimpico, che stavo facendo sciabola. Si complimentò subito e mi mandò una sua medaglia che conservo ancora». Ma la scherma, per Gherardo è stata una scelta con qualche sofferenza: «È stata dura andare controcorrente, praticare un sport dal nome incomprensibile alla maggior parte dei bambini, aspettare i dieci anni per poter iniziare le gare col giubbotto elettrico. Grazie a Nicola, ho resistito e gli anni seguenti mi hanno più che ripagato, proiettando me e di conseguenza i miei genitori e nonni in un incredibile ottovolante di emozioni e avventure. Regalandomi amicizie e conoscenze in tutta Italia, alcune anche all’estero, e facendomi maturare come persona». Poi i ringraziamenti: «Al mio fantastico maestro Nicola e al Fides. Un ambiente che mi ha sorretto e fatto crescere come persona e come atleta. Un grazie di cuore ai maestri Diego Pardini, Iacopo Reali, Franco Fabbri, agli atleti più grandi e più piccoli, più famosi e meno». Infine una speranza: «Di poter meritare anch’io una foto con il mio maestro e il piatto della vittoria nel corridoio del circolo».
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