Gioco
Petrucci lascia uno sport in progresso
Nel suo mandato alla guida del Coni sono cresciute tante discipline e si è favorita l’integrazione dei “nuovi” italiani
ROMA. Le emozioni di Londra 2012 con il caso Schwazer che ha rischiato di offuscare le gesta dei campioni azzurri. Ma anche la conferma dell’autonomia finanziaria dello sport italiano in un periodo di crisi e le tante medaglie vinte tra Mondiali ed Europei, compreso il secondo posto della Nazionale di Prandelli nell’ultima rassegna continentale. A conferma della bontà del “prodotto Italia” che, almeno nello sport, tira sempre.
Si chiude un anno sicuramente positivo per il Comitato olimpico nazionale italiano ed il suo presidente, Giovanni Petrucci, che a febbraio lascerà il Foro Italico per dedicarsi al rilancio del basket italiano, conferma questo dato.
Finisce la sua era al Coni: quale la cosa di cui va più fiero e cosa, tornando indietro, non rifarebbe più?
«Nel ’99 c’era la crisi delle schedine, le casse esangui: guardando la situazione oggi dico che sono fiero di aver quindi contribuito a garantire al Coni, insieme al segretario generale Pagnozzi, autonomia e finanziamento ai livelli che conosciamo. Poi ci sono tante pagine di risultati che mi rendono orgoglioso, come tutte le medaglie olimpiche. E il fatto che siano cresciute tante discipline; non c’è più la monocultura calcistica. In assoluto non ci sono cose che non rifarei, semmai sarei meno irruento in certe dichiarazioni, anche se talvolta ti fanno ottenere dei risultati».
Quali sono stati i tre atleti simbolo della sua gestione e i tre episodi negativi che vorrebbe dimenticare?
«Ne indico sei: Vezzali, Belmondo e Pellegrini tra le donne. Antonio Rossi, Massimiliano Rosolino e Armin Zoeggeler tra gli uomini. I casi da dimenticare sono tutti quelli legati al doping».
Sarà il prossimo presidente della Fip: Myers, che con lei fu portabandiera alle Olimpiadi di Sydney, potrebbe avere un ruolo per la promozione e lo sviluppo di questo sport?
«Ci sono prima le elezioni ma i simboli dello sport meritano sempre considerazione. In assoluto occorre pensare in positivo e creare nuovo entusiasmo anche se per i tesserati sono in cresciuti: per il minibasket siamo saliti a 170 mila unità. In questo serve ovviamente una Nazionale vincente, per questo sono contento di vedere sempre più italiani in campo».
Balotelli ed El Sharaawy, i “nuovi” italiani: lo sport può servire ad agevolare l’integrazione?
«Sono un processo da stimolare e una realtà da disciplinare giuridicamente, fanno parte del nostro tessuto sociale ed è giusto che venga loro permesso di gareggiare con l’Italia. Serve una svolta costruttiva in questo senso, che tenga conto dell’importanza della tematica a livello sociale e agonistico».
Il segretario generale Raffaele Pagnozzi, in pole per la successione alla guida del Coni, significa innanzitutto continuità: indica tre consigli che si sente di dargli, in caso di elezione?
«Non ha bisogno di consigli, lui sta già facendo il presidente, conosce il Coni alla perfezione. Gli dico solo di continuare sulla strada che conosce e che ha regalato tanti risultati gratificanti allo sport italiano. Ha esperienza e capacità per perseguire traguardi sempre più prestigiosi».
Il doping resta una delle piaghe da combattere: l’Italia, in questi ultimi anniha fatto tanto; in cosa eventualmente avrebbe potuto fare di più?
«Il Tas, con una sentenza datata 2 agosto 2011, ha riconosciuto al Coni “la serietà e l’impegno con i quali la lotta al doping viene condotta”. Ecco, mi rifaccio a questo documento che testimonia la perseveranza che abbiamo profuso, da sempre, nel contrastare il fenomeno. In realtà l’impegno va moltiplicato».
Polemiche arbitrali e litigiosità dei presidenti: riuscirà il calcio a diventare uno sport normale?
«Servono più normalità e maggiore tranquillità. Bisognerebbe prendersi meno sul serio, usare buon senso. Rispettare le istituzioni e ragionare in modo sereno. Il calcio italiano però ha risorse infinite, ha superato ogni bufera, rimane un patrimonio inestimabile e ha le risorse per poter cambiare approccio e adottare una mentalità più distesa».
Valentina Vezzali si è candidatà in futuro a diventare presidente del Coni: non ha mai pensato di istituire quote rosà per la dirigenza sportiva?
«Mi sono espresso con favore alla candidatura di Valentina Vezzali e non c’è stata, mai, alcuna preclusione nei confronti delle quote rosa. Lo dimostrano i ruoli ricoperti da Manuela Di Centa, Diana Bianchedi, Giovanna Trillini, Antonella Bellutti nell’ambito dei vertici del Coni nel corso della mia Presidenza».
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