Gioco
Angeli del fango danno un calcio all’alluvione
L’Albinia torna in campo dopo oltre un mese per dimenticare il dramma del 12 novembre
LIVORNO. Il momento più emozionante è il fischio d’inizio. Luca Vaselli, presidente dell’Unione sportiva Albinia guarda il terreno di gioco del Magnozzi di Livorno e quasi si commuove. I suoi ragazzi tornano in campo dopo oltre un mese, pronti a sfidare la Pro Livorno nell’ultima d’andata del campionato di Eccellenza. È come se fossero riemersi dalle acque. Indossano nuove maglie, con colori e strisce della tradizione: bande larghe rossoblù, stile Genoa. Sono divise mai usate e assieme ai cartellini dei giocatori rappresentano le uniche tracce materiali dell’Us Albinia sopravvissute all’alluvione del 12 novembre. Erano riposte in un soppalco degli spogliatoi dello stadio Combi. Troppo in alto anche per l’acqua. E di acqua, in quella piccola frazione di 2.500 anime nel comune di Orbetello, ne hanno vista fin troppa: colpa del fiume Albegna e del Magione che la mattina di quel drammatico lunedì esondano, allagando l’intera maremma grossetana. Albinia è l’epicentro del disastro: isolata per due giorni, un centinaio di cittadini evacuati, danni incalcolabili alle attività produttive e alle abitazioni, 450 i mezzi portati via dall’acqua.
L’arbitro fischia il calcio d’inizio: il presidente Vaselli, un signore alto e grosso imbacuccato in un giaccone, se ne sta in tribuna assieme al suo vice e allo sponsor, e continua a fissare il rettangolo verde con un po’ di nostalgia. Al Combi, lo stadio di casa, l’erba non la vedrà più chissà per quanto. «C’è una foto scattata poche ore dopo l’alluvione che non dimentico – racconta – Mostra il nostro campo di calcio trasformato in un lago. Si intravede solo la parte superiore dalla traversa». Il terreno di gioco, lo spazio dove a giugno si tiene la sagra del “pesce povero”, la sede e gli spogliatoi sono sepolti sotto due metri d’acqua. L’alluvione si è portata via divise, attrezzature, palloni, armadietti e tutto quello che si può trovare in uno stadio dove si allenano 240 tesserati. Storie, emozioni e segreti da spogliatoio compresi. In cambio ha lasciato un regalo sgradito: un mare di fango, che una volta seccato ha preso le sembianze (e la consistenza) di una colata di cemento. «Il giovedì siamo andati tutti insieme a dare una mano – racconta Emmanuel Pratelli, classe ’93, giocatore dell’Albinia, novello angelo del fango – Avevamo gli stivali ma il fango ci arrivava sopra il ginocchio. Sul muro degli spogliatoi c’è il segno del livello dell’acqua: mi superava di una spanna».
Dal quel lago inanimato la squadra è riemersa ieri, dopo oltre un mese. L’ultima partita giocata risale al 4 novembre, contro la Fortis Lucchese: sconfitta per 2 a 0 ma giornata da ricordare per i tifosi rossoblù. È il match d’esordio di Gigi Consonni, 35 primavere, già storico capitano del Grosseto. Sarà la sua prima e ultima presenza con l’Albinia. La settimana successiva, 11 novembre, l’ex giallorosso è pronto per esordire nello stadio di casa, contro il San Marco Avenza. Ma la federazione annulla la partita a causa del maltempo: la provincia Apuana è sotto lo scacco dell’alluvione e la squadra massese non può spostarsi. Il giorno dopo l’onda di acqua e fango si abbatte sulla maremma grossetana. Nel contempo, Consonni cambia squadra e mestiere: il Grosseto lo richiama, ma nel ruolo di allenatore in seconda. Lui, innamorato da una vita di quei colori, non può rifiutare. Ma nonostante il trasferimento il terreno del Combi decide di calcarlo lo stesso. E in modo più significativo, dato che sul fango le impronte rimangono più che sull’erba. «Gigi è stato un grande – spiega ancora Vaselli – È venuto per 3-4 giorni di fila a spalare con il resto della squadra. Poi ha organizzato una colletta con i giocatori del Grosseto per aiutarci a ricomprare l’attrezzatura del magazzino».
Intanto, la partita va avanti: l’Albinia sembra riscoprire il piacere del campo. Crea due grandi occasioni con Dalle Nogare, ex giocatore di C con trascorsi nel Grosseto e nel Pisa, e lo sgusciante numero 10 Alessandrini. Ma la palla non entra. E in tribuna i dirigenti e i pochi familiari dei giocatori sbuffano. A fine primo tempo arriva la doccia fredda: i maremmani sbagliano un rilancio dalla difesa, la palla ribattuta dalla Pro Livorno arriva a Lorenzini che svirgola l’intervento. «Ha spalato troppo fango» dice qualcuno in tribuna. Ma non sembra essere una battuta. Il numero 5 dell’Albinia è uno di quelli che si è dato maggiormente da fare al Combi. La palla avvelenata vola verso l’attaccante avversario. Si tratta del numero 9 Niccolò Barnini, ultimo rampollo di una famiglia che a Livorno possiede tre negozi di abbigliamento. Una tradizione, quella del commercio di vestiario, avviata dal bisnonno del giovane, che al ritorno dalla guerra d’Africa si mise a vendere la famosa “pannina” vicino alle scuole Benci. Ma i Barnini nel sangue hanno sempre avuto anche il pallone: il nonno di Niccolò faceva il portiere, mentre il babbo (seduto in tribuna col sigaro in bocca) e lo zio giocavano terzini. Ma l’ultimo dei Barnini ha piedi più raffinati e non sbaglia il pallone regalatogli dal centrale spalatore: 1-0.
L’Albinia accusa il colpo. «Già abbiamo avuto l’alluvione, ci mancava un arbitro in giornata no», commenta Vaselli rimarcando la dubbia posizione del 9 labronico. Gli allenamenti svolti qua e là nei paesi vicini, data l’impraticabilità del Combi, cominciano a farsi sentire. E nel secondo tempo le cose peggiorano: i maremmani pagano la mancanza di ritmo partita e i furetti del Livorno li mettono in difficoltà. Il numero 11 Ramon Tempini, vero idolo locale, fa sfoggio delle sue qualità. Ma come tutti i talenti acerbi a volte esagera e perde palla. «A quello piacciono troppo le sigarette e la bella vita a Cuba», commenta amaro qualcuno in tribuna. Ma non è un problema: il calo fisico della squadra ospite consente alla Pro Livorno di raddoppiare prima (incornata di Sgariglia su calcio d’angolo) e di triplicare poi, con un bel uno-due che manda in porta il subentrato Lambardi. L’Albinia esce sconfitto dal Magnozzi con un perentorio 3 a 0. Ma la sua partita l’ha già vinta. «Dopo quello che ci è successo credevo che non saremmo più tornati in campo – spiega Vaselli – Al di là dei problemi allo stadio molti di noi avevamo subito danni alle case e alle attività. In una simile situazione il calcio non sembrava la priorità. O almeno questo pensavo finché le mamme dei ragazzi tesserati sono venute a trovarmi: “Occupati della tua attività e della tua casa – mi hanno detto – Noi, che non siamo state toccate dall’alluvione, pensiamo al resto”. Ogni giorno sono andate al campo a spalare fango e a pulire gli spogliatoi. Serve ancora molto lavoro ma se oggi siamo qui è per loro e per quei ragazzini che dopo l’alluvione non avevano altro. Togliergli anche il pallone era troppo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
