Il Tirreno

Livorno

Treni fantasma, sigarette e super-derby

di Giulio Corsi
Treni fantasma, sigarette e super-derby

Pomarance e Saline come l’Atletico Bilbao E sugli spalti arrivano in trecento

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INVIATO A POMARANCE. Il passaggio a livello che porta a Saline sembra quello di Capranica Scalo, con le sue sbarre immobili e il treno che non passa mentre Roberto Benigni e Massimo Troisi aspettano per ore in quel capolavoro di “Non ci resta che piangere”, prima di perdersi con la loro Ritmo Cabrio nelle campagne viterbesi e ritrovarsi d’un colpo nel 1492.

Neanche a Saline il treno passa più. E superato il passaggio a livello che conduce al paese, e poi la fabbrica del sale e il palazzo dell'orologio e i magazzini abbandonati delle ferrovie, simulacri di un’industria che per secoli ha dato lavoro e abitanti a questa terra, anche qui, come a Capranica Scalo, par davvero di bisbigliare abracadabra e d’un tratto ritrovarsi nelle pagine d’un libro di storia.

La domenica pomeriggio qui, non c’è Sky e non c’è MassimoGiletti. Non ci sono nemmeno le primarie, nel giorno in cui tutta l’Italia sfoglia la margherita e gioca a m’ama non m’ama con Bersani e con Renzi. Qui la domenica c’è la partita e la partita è il Saline o il Pomarance. E quando Saline e Pomarance giocano contro, qui, passata la ferrovia che un tempo serviva per portare sulla costa salgemma ma pure alabastro, diventa una grande domenica, di quelle che capitano due volte l’anno e che chi non c’è, giustificazione o non giustificazione, poi se ne pentirà per almeno sei mesi. E infatti sui gradoni grigi di cemento e ancor di più gelidi per un sole che fa cucù per qualche secondo e dispettoso come uno scimpanzè sparisce col fuso orario di Mosca, arrivano in trecento.

D’altra parte in campo c’è il cento per cento di Pomarance e Saline, su 35 giocatori in tabellino, tra titolari e panchine, le carte d’identità di 27 di loro sono made lungo i dieci chilometri di tornanti che dividono il paese del sale da quello della geotermia. E gli altri, gli stranieri, vengono da Larderello, Volterra, La California, il più lontano, l’allenatore del Saline, da Livorno. Neanche l’Atletico Bilbao saprebbe fare meglio con la sua cantera, il settore giovanile tra i leggendari d’Europa capace di rifornire di nuovi baschi d’origine controllata la prima squadra blanco-rojo. A Saline la cantera non c’è. Di cave, anzi di sorgenti ci sono solo quelle del sale e di settore giovanile neanche l’ombra ma un gruppo di amici appena trentenni formato da ex giocatori ha messo in piedi questa squadra iperautoctona che con 50mila euro l’anno frutto di cene paesane, un aiutino della banca e il contributo di tanti sostenitori naviga nei piani alti della Seconda e si permette il lusso di regalare ai suoi abitanti la gioia di una clacsonata nella trasfertissima sul colle dopo una battaglia nel fango. A Pomarance invece il vivaio c’è eccome, rinato dalle ceneri nel 2006 e arrivato già a 150 bambini, dai pulcini agli allievi, calamita per tutti i giovani dell’Alta Val di Cecina, con l’obiettivo di fare presto da sorgente al fiume della prima squadra amaranto. Ma per ora la cantera non serve: il derby è salato che più salato non si può.

A sussurrare l’abracadabra è l’arbitro Emmanuele che alle 14.30 dà il via alla sfida sul campo più grande della Seconda, un fazzoletto di mota che la ciliegina di una grandinata a mezzora dal fischio d’inizio ha reso più mordido e anche più scivoloso. Il tuffo nella storia è un piacere di sensi per chi ama il calcio che fu, neanche troppi anni fa. Martelli, l’allenatore del Saline, alla faccia dell’area tecnica bivacca sulla fascia, su e giù come un viaggiatore alla stazione per dare indicazioni ai suoi,la sigaretta in bocca come Gighen e l’imprecazione che ogni tanto salta fuori dalle labbra e rimbomba fino alla tribuna, mentre Cesare, il guardalinee del Pomarance, vestito da cacciatore, gli stivaloni infangati, la mimetica e il berretto verde, duetta col pubblico. «Ti manca il fucile», gli urlano dagli spalti e lui risponde sventolando la bandierina. Sul lato di fronte il suo collega si gusta lo show: trova il palo di una porta mobile e lo usa come un muro, ci s’appoggia con la schiena, le gambe incrociate, e da lì si guarda mezza partita stringendo cicchini in continuazione con la mano destra, alternata con l’esperienza di chi ripete il gesto ogni domenica,alla mano sinistra in cui tiene la bandierina, una davanti e una di dietro, da scambiare come un prestigiatore quando l’arbitro passa dalle sue parti. E poi il custode Ottorino, chiamato in causa all’ora del tè, tanto per testare ancora meglio la resistenza dei trecento al freddo cielotermico, che con le sue spalle larghe e le sue mani enormi spinge la carriola del gesso finto e in pochi minuti come un Kandinskij dell’era moderna ridipinge le geometrie del campo. E ancora cartellini che piovono d’ogni colore, parole che volano e un accenno di rissa al triplice subito sedato perché qui alla fine siamo tutti amici, tanti sono ex e soprattutto la partita in campo, grande storia non l’ha avuta.

Sì, tutti amici o quasi. Se non addirittura parenti. Tanto che il gol che spacca il derby dopo un primo tempo mogio come un bambino febbricitante, porta la firma di Onnis, Daniele Onnis. Ex di turno e omonimo, di nome e di cognome del numero 18 del Pomarance, Daniele Onnis. «Sono cugini e i loro babbi hanno deciso di ribattezzarli come il nonno», racconta Giovanni Albertini, dirigente storico del Saline e padrone assoluto delle statistiche del calcio al di qua della ferrovia, a cominciare dai 56 derby disputati dall’anno di grazia 1951. «L’ultimo blitz del Saline risale a quattro anni, Terza Categoria», ricorda senza bisogno di consultare vecchi almanacchi.

Il gol di Daniele Onnis da Saline, lesto ad approfittare di un’indecisione del portiere Nocenti su punizione di Carmignani, spacca in due anche un’altra famiglia. Nel giro di tre minuti infatti i fratelli Nardini spariscono dal campo come pillole del Pacman. Il primo rosso se lo prende Jacopo, autore del fallo da cui nasce la punizione beffa. Il secondo Davide. Esce dal campo e nessuno capisce perché. «Ma t’ha buttato fuori?», gli chiede dal suo cucuzzolo dietro i pannelli fotovoltaici installati sul tetto degli spogliatoi l’allenatore amaranto, «squalificato fino a metà dicembre per qualche parola di troppo urlata contro il cielo nel match col Monteverdi», come racconta Simone, il magazziniere-fotografo-raccattapalle-accompagnatore del settore giovanile. Nardini II risponde: «Gli ho detto che Onnis aveva fatto gamba tesa e m’ha cacciato». E così il derby va avanti nove contro undici e come nel calcio che fu, ma che da qualche parte per fortuna è ancora, la partita anziché morire diventa viva. Il Pomarance lotta, alza il baricentro, spinge e con Collivicchi solleva anche qualche brivido sulle braccia nude del portiere Rosi, capace di sfidare il gelo e un derby quasi inattivo con un abbigliamento da primavera inoltrata. Ma il forcing amaranto non trova sbocchi e allora a 5 minuti dal the end ci pensa Illiazi con un gran tiro al volo a chiudere a chiave il derby e a regalare il gesto tecnico più bello di questa domenica d’altri tempi ai trecento romantici che hanno preferito esserci piuttosto che aspettare altri sei mesi.

@giucorsi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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