Gioco
Il “rosso” e quel gol: la rivincita nel calcio dopo una vita difficile
Alla scoperta di Antonio Meola: «Ho perso il padre a 3 anni, vivere a Secondigliano era dura, devo tutto a mia mamma»
LIVORNO. Tre minuti, solo tre minuti per parlarti di me cantano i Negramaro. Chissà se Antonio Meola è un fan del gruppo salentino. Sta di fatto che sabato 'El Rojo' ha impiegato esattamente quei tre minuti cari per entrare in partita e sistemare la terza banderilla nel costato dei torelli maremmani. Per il “Rosso”, si è trattato del primo gol in serie B. Un'emozione indimenticabile e da dedicare alla piccola Anna, la sua bimba di appena nove mesi.
Gioia infinita. Meola ripercorre con la memoria l'azione che lo ha portato a realizzare il punto del 3-0: «Ho eseguito in partita il movimento che il mister chiede in allenamento al quinto di centrocampo. Qual è? Chi ricopre quel ruolo, nelle azioni d'attacco, deve andare a chiudere sul secondo palo. Ho visto Peppe Gemiti dalla parte opposta pronto per effettuare il cross mi sono proposto. Sono stato pure fortunato, perché la palla è passata fino ad arrivare dalle mie parti. È andata bene. Quando ho visto il pallone dentro sono impazzito di gioia. È stata un'emozione indescrivibile».
Per Nicola. Novanta minuti giocati nel mercoledì di Coppa a Bologna. Poi lo scampolo di partita di sabato con il Grosseto. Antonio Meola sta diventando una pedina importante nello scacchiere di Davide Nicola: «Sono grato al mister - dice con il suo accento spiccatamente partenopeo - perché mi tiene nella massina considerazione. Cerco di farmi sempre trovare pronto per ripagare la sua fiducia. Con il Grosseto penso di esserci riuscito».
Arrivò a Livorno due stagioni fa voluto da Elio Signorelli, che lo strappò all’Avellino. Una decisione presa insieme al responsabile degli osservatori, Eugenio Vincenti. Scelta che si è rivelata saggia. Il ragazzo è giovane e adesso può rappresentare un buon capitale per la società.
Infanzia dura. Sorride, Antonio. Ha gli occhi dolci, da ragazzo sensibile. Ha appena ventidue anni. Pochi, ma abbastanza per capire che la vita può cambiare in un attimo: «Ho perso mio padre quando avevo appena tre anni. Sono figlio unico. Mia madre Anna mi ha tirato su da sola».
Gli occhi grandi si inumidiscono. La sua è una dignità sobria. Sorprendente. Commovente: «Mia mamma aveva appena ventidue anni quando rimase da sola: la mia età di oggi. È stata durissima per lei. Ma si è rimboccata la maniche, ha fatto tanti sacrifici. Non so se un'altra mamma ce l'avrebbe fatta. È stata madre e anche padre. Le devo tutto. È la mia vita. Non è solo e semplicemente la persona che mi ha messo al mondo. È molto di più. Non riesco quasi a descrivere ciò che provo per lei. Amore, affetto, gratitudine. Se oggi sono qui è grazie a lei. Oggi ha 42 anni ed è una giovane nonna, visto che nove mesi fa sono diventato padre di una bambina che non potevo che chiamare come lei, Anna».
Quartiere difficile. Il “Rosso” continua a raccontare la sua vita. Non ci sono filtri. Non ci sono ruoli. Si confida volentieri. Sa di poterlo fare: «Sono nato a Secondigliano». È il quartiere del carcere. Una vera e propria cittadina abitata da più di cinquantamila persone. Periferia nord di Napoli. Confina con Scampia.
Meola spiega e descrive: «Quello non è un rione come gli altri. Quello è un mondo. Anzi. Di più. Un mondo a parte, molto difficile. Chi non ha lavoro rischia di finire in brutti giri. E chi riesce ad avere un impiego fa bene a tenerselo stretto».
Grazie al calcio. «Per fortuna non ho avuto questo problema. Non avevo il babbo, ma mia madre mi ha insegnato i valori, quelli sani. La famiglia, per esempio. E poi me la sono sempre cavata bene con il calcio. È sempre stata la mia passione. E ora che è diventato una professione sono felice. Mia madre mi segue in tv anche se la scorsa settimana è venuta a trovarmi. Ma il lavoro nell'impresa di pulizie la costringe a stare a Napoli».
La famiglia. Anna è la mamma, Anna è la figlia. Valentina la compagna di Antonio: «Mia moglie si chiama Valentina. Abbiamo voluto nostra figlia. Siamo giovani, ma ci sentivamo pronti per il grande passo. La bimba ci ha cambiato la vita. La paternità è un'esperienza meravigliosa. Abitiamo a Tirrenia. Nello stesso palazzo di Remedi e Molinelli che spesso vengono a cena da noi. Sono molto legato a entrambi. Sono bravissimi ragazzi. Ci vogliamo bene. Ma questo è un gruppo sano, composto da persone intelligenti e perbene che tengono alla maglia. Vado d'accordo con tutti».
Tempo libero. Antonio non ha grilli per la testa. Non li ha mai avuti. Figuriamoci adesso che deve accudire la piccola Anna: «Sono un ragazzo come tanti. L'unica concessione era qualche uscita per andare al cinema. Adesso non è più possibile, ma non importa. Sono padre. E questo riempie le mie giornate dopo allenamenti e partite. Non ho più la possibilità di andare al cinema come amavo fare prima, ma chi se ne importa. Guardo la mia bimba e sono l’uomo più felice del mondo».
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