Gioco
Rimmel in meta alle primarie dell’ovale rosa
A Firenze le finali femminili del rugby a sette E tra le giocatrici c’è chi chiede aiuto al marito
INVIATO A FIRENZE. Rimmel e placcaggi, ematomi e dolcezze, fango e dolore, tatuaggi e mollette: benvenuti nell’universo rosa della palla ovale, dove in meta vanno mogli, fidanzate e figlie. E gli uomini o allenano, come Fabio baffo Mencherini, coach delle Allupins Prato, altrimenti se ne stanno seduti in tribuna a bere birra e tifare, mangiando i bomboloni alla crema e hot dog da condire con senape, maionese o ketchup.
Sono una cinquantina le pioniere toscane della palla ovale al femminile. «Sono quello che erano i maschi trent’anni fa», spiega Mencherini mentre fa scaldare le sue ragazze, tra le favorite per accedere alla seconda fase.
Tallonano le Parisse al femminile, passano, si chiudono nella mischia, corrono, si fanno male, si rialzano, si sfottono su Facebook, poi si abbracciano, imprecano e ballano aspettando di entrare in campo. Dice Caterina Barsotti, giocatrice labronica rivolta a compagne e allenatore: «Se allo stereo dello stadio mettono “Dont call me baby” si vince facile».
Per arrivare al cuore dell’ovale rosa, dentro alla terza giornata del concentramento del campionato italiano di rugby femminile a sette, basta seguire la scia dei canguri australiani che per un pelo si sono presi l’Italia. A terra, lungo viale Pasquale Paoli, dentro al quartiere fiorentino di Campo di Marte, ci sono ancora palloncini e cartelli con le maglie azzurre. È ai piedi dello stadio Artemio Franchi, al campo Padovani, casa del Rugby Firenze, che è stato organizzato il quadrangolare che mette di fronte Prato, Livorno, Empoli e Firenze e che alle prime due classificate dà il pass per le finali nazionali.
«Sono la nonna di Rebecca – spiega la signora Leonella, seduta in tribuna in attesa che inizi la prima partita con un cappotto rosso in tinta con la maglia della nipote – la passione le è stata tramandata da i su babbo che quando era giovane giocava. Se sono contenta? Avrei preferito un altro sport, ma a lei garba così, e io vengo sempre a vederla».
Elena Venturi ha 30 anni, capelli rossi e occhiali scuri, indossa la felpa bianca con la scritta blu “Empoli Rugby”. Accanto c’è la straniera della squadra: «Mi chiamo Denise Law e sono californiana – racconta con l’accento Usa – giocavo a rugby già all’università di Santa Barbara dove mi sono laureata in giurisprudenza. Poi mi sono innamorata e mi sono trasferita in Italia, a San Miniato, dove insegno inglese. Appena ho saputo che facevano la squadra mi sono presentata al campo. Com’è il rugby? Se il giorno dopo la partita riesci ad alzarti dal letto è uno sport bellissimo».
L’allenatore di Empoli è Fabio Arnone ha 23 anni e viaggia con due amici assistenti che lo aiutano: «Allenare il femminile è un bel macello – ammette – il nostro è uno sport di contatto dove si prendono le botte e le ragazze, in questo, sono strutturalmente meno portate. Quello che però ho scoperto allenandole è che per certi versi sono meglio dei maschi: ascoltano di più e avendo limiti fisici usano di più il cervello. Ma ogni tanto mi scordo che sono ragazze e magari mi dimentico che non possono placcare troppo forte, altrimenti si fanno male».
Ad ascoltare il capitano del Livorno, Arianna Ciaramella detta Piggy, prima della partita si ha l’impressione che da un momento all’altro possa partire la haka, la danza neozelandese che dà la carica agli all Black: «Ci sono solo questi quaranta metri quadri – dice – il resto non esiste, diamo tutto e non molliamo mai».
Racconta il genitore di una delle ragazze: «Livorno e Prato rispetto alle altre squadre sono più forti». E in effetti i risultati delle partite lo dimostrano, con le due teste di serie che vincono le sfide per poi pareggiare due mete a due la partita clou. Protagoniste da un lato Agelina, 32 anni e maglia numero dieci del Prato e dall’altra Lisa che di anni ne ha poco più della metà. «Mi diverto un sacco – dice la prima – siamo un gruppo di ragazze orgogliose che non mollano mai». Angelina ha però un segreto: è la moglie di Rima Wakarua, ex trequarti dei Cavalieri Prato che durante l’estate è passato all’Unione Prato Sesto. «Ogni tanto mi dà qualche consiglio – ammette lei – ma ad esempio oggi non è venuto: alla mia partita ha preferito quella dei Cavalieri, ma gliela farò pagare», dice sorridendo.
La storia di Lisa, invece, è quella di una ragazza fuori dal comune, almeno in fatto di scelte sportive. Per il resto, alta mora e con gli occhi verdi non ha niente da invidiare a miss da passerella. «Il rugby – racconta dopo aver trasformato la prima meta nella gara contro Empoli (finita 6-0 ndr) l'ho fatta alle medie e me ne sono innamorata. La danza? No quelle cose sono da bimbe fiose». Come se non bastasse quest’anno ha deciso di provare un’altra disciplina. «Ho iniziato a fare lotta e devo dire che mi è piaciuta anche quella. I miei genitori all’inizio non capivano, credo che abbiano pensato che fossi matta, poi si sono appassionati e adesso vengono a vedere sia me che mia sorella che gioca con noi».
C’è chi lo sceglie e chi ci è stata portata quasi a forza a giocare a rugby. Racconta Luciano, padre di Giulia. «Alla fine dell’estate ero a cena con l’allenatore del Firenze e mi hanno detto che mettevano su la squadra. Allora ho chiamato mia figlia e le ho detto: lunedì mattina alle otto e mezzo viene al campo perché giocherai a rugby». E pensare che qualche genitore preferisce non mandare le figlie perché è convinto che questo non sia uno sport per femminucce.
fedelazzotti
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