Gioco
Il falco ha spiccato il volo e ora Fiorillo fa sognare
«L’etichetta di “nuovo Buffon” mi aveva ucciso, ma ho pedalato in silenzio E qui tra Livorno e Tirrenia ho trovato la pace, grazie a Chiara e a Rossano Berti»
LIVORNO. Lo chiamano il falco di Oregina, dal nome del quartiere di Genova dove è nato appena 22 anni fa. E quel falco, dopo un periodo in cui sembrava essere stato impallinato da qualche cacciatore malefico, è tornato a volare. Lo ha fatto nel momento più delicato di una carriera tanto breve, ma intensa.
Un saliscendi continuo che non ha fiaccato la tempra di Vincenzo Fiorillo, ex bimbo prodigio della Sampdoria al punto da essere etichetta come il nuovo Buffo. Una storia vecchia di quattro anni, durante i quali è successo di tutto: certo, quale errore come capita a chi non ha ancora vent'anni. Ma anche tante, troppo spalle voltate. E il talento che si offusca. All'indomani della sua partita più bella, saracinesca chiusa al Bari, il “piccolo Ivan” si confessa. E lo fa con candore e sincerità.
Gente di mare. Fiorillo ha il salmastro nelle vene. È nato in una città di mare e ha giocato sempre e solo in squadre di città portuali: Samp, Reggina, Spezia e Livorno. Il cognome non è esattamente tipico genovese e infatti Vincenzo si affretta a spiegare: «Papà Silvio e Mamma Elena sono di Salerno»: un'altra città di mare giusto per rimanere in tema.
«Mio padre - prosegue - lavora nell'edilizia. Mia madre è casalinga e non sa proprio nulla di calcio. Pensate che quasi non distingue un portiere da un attaccante». Sorride, Vincenzo, e ha mille ragioni per farlo: «Mio padre mi segue spesso, ma ultimamente no. Dopo le ultime disavventure è diventato scaramantico».
Il portiere amaranto è alto 1,90 e definirlo il piccolo di casa è strano. Ma anagraficamente è così: «Ho due fratelli maggiori: Antonio e Luigi. Lavorano al porto di Genova. E hanno un difetto insopportabile: sono entrambi genoani. Vi rendete conto?..». Nel cuore, oltre ai colori blucerchiati, ha Chiara, la fidanzata. «Una presenza determinante. Nei suoi abbracci ha trovato conforto nei momenti più difficili».
Etichetta scomoda. Parla veloce, Fiorillo con l'accento che ricorda quello del presidente Spinelli e ripercorre con la memoria la sua carriera: «Quando ero più giovane - ammette - sono stato molto pubblicizzato. Ai tempi dello scudetto con la Primavera della Samp ero sulla bocca di tutti. Eppure non ho mai pensato di essere chissà chi o un fenomeno».
Poi sono arrivate le stagioni della sofferenza. Adesso che è fuori dal tunnel, Vincenzo le analizza con serenità: «In realtà ci sono stati periodi in cui ho pensato che tutto fosse perduto. Quella maledetta etichetta di nuovo Buffon non mi dava modo di sbagliare. Non ero libero di farlo. Ovviamente avevo delle responsabilità. Quali? Non riuscivo ad isolarmi. A pensare solo al lavoro. Ero preso da ciò che mi circondava, ma ero poco più che un ragazzo. Non riuscivo a difendermi da queste situazioni ».
Rinascita in salsa amaranto. Tre anni di fatica, di sofferenza. Poi il lampo di luce che arriva, improvviso, la scorsa estate: «Nella passata stagione non ho mai giocato. Ero il secondo di Romero alla Samp. Abbiamo vinto il campionato, ma non sono mai entrato. E dal 2010 le mie presenze sono state pochissime. La chiamata di una società prestigiosa come il Livorno è stata tanta roba. Ringrazio i dirigenti. Non faccio nomi perché mi sembrerebbe di fare torto a qualcuno».
Esordio choc, poi il decollo. Eppure neanche qui tutto è filato liscio. Anzi: «Il debutto con lo Spezia fu un incubo. Poi però, ancora una volta, ho risalito la china. Mi sono allenato duramente e soprattutto ho avvertito la fiducia dei miei compagni di squadra. Ecco. Questo è un aspetto determinante che mi preme sottolineare. Senza il loro sostegno non il mio rendimento non sarebbe migliorato».
Ma Fiorillo regala anche un pensiero particolare: «Un ringraziamento va anche al preparatore dei portieri Rossano Berti. Con lui lavoriamo duramente e analizziamo anche le piccole sbavature».
L'abbraccio di Mazzoni. Fiorillo spende parole di stima e affetto per Mazzoni: «Dopo la partita con il Bari è venuto ad abbracciarmi. È stato un bel gesto. Luca è una splendida persona. Mi è stato molto vicino in questo periodo. Non c'è rivalità, ma tanta amicizia. Con lui, ma anche con Gentsoglou. Ho legato molto con il greco. È un ragazzo in gamba».
Livorno mon amour. Abita a Tirrenia, Fiorillo, ma sente il richiamo della foresta.
Merito di Luci e Mazzoni perché non è raro trovarlo a pranzo o a cena nel ristorante 'La Vecchia Ciurma', quello dei suoi due compagni di squadra: «Sì, sto iniziando a conoscere il centro di Livorno. La città è bellissima ed esercita su di me un grande fascino. E il lungomare è spettacolare. Mi riprometto di venirci più spesso».
Equilibrio. Il numero 12 ripensa alle parate di sabato: «Quella sul colpo di testa di Grandolfo è stata molto difficile. Fa piacere rendersi utile ai compagni che si sbattono durante tutti i novanta minuti».
Poi getta uno sguardo al futuro: «Non mi esalto - ammette - perché nella mia vita ho capito a mie spese che basta un attimo per perdere tutto quello che si è conquistato con tanto duro lavoro. Mi godo il momento, quello sì. Ma resto con i piedi per terra. A chi dedico questa fase positiva? A me stesso. Ho sofferto tanto e credo di meritarlo».
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