Gioco
La Nord è l’unica luce nella notte più buia
Dopo il quarto gol dieci minuti di applausi per la squadra
LIVORNO. Si può perdere tutto e conservare cuore, orgoglio e fede. Per averne l’ennesima conferma bastava passare dallo stadio Armando Picchi intorno alle dieci ieri sera quando lo Spezia delle stelle ha segnato il quarto gol con Antenucci e i tifosi amaranto hanno iniziato a cantare più forte a battere le mani fino a spellarsele come se stessero vincendo la partita che vale una stagione. E forse lo stavano facendo.
Così nella serata sportivamente più buia del Livorno di quest’anno, l’unica luce arriva dalla Curva nord, quella dei diecimila re per una notte: torsi nudi, tatuaggi e bandiere al centro, bimbi con maglietta o tuta amaranto che salgono e scendono i gradoni e signore con la cena al sacco chiusa in una busta di nylon e il giaccone sulle ginocchia che tanto «stasera c’è una bella arietta che si sta bene in camicia».
Perché sugli spalti, per fortuna, l’unica, si gioca tutta un’altra gara, dove gli amaranto segnano, divertono e si divertono.
Amerigo Cambi, 81 anni, ex meccanico della Shell in pensione, si appoggia al bastone per salire i gradoni fino al suo posto, all’estremità della curva che tocca la tribuna. «Uso la mazza – dice – da quando ho fatto la seconda operazione all’anca. Come vengo allo stadio? Con la bici elettrica da via Bois», risponde. In testa il capellino del Livorno, indosso una felpa amaranto con dietro la scritta «Briganti amaranto». «L’ho comprata due anni fa dal barroccino – ricorda – e da allora la metto sempre per le partite. Un pronostico? Questi sono bravi – dice prima del fischio d’inizio – in un pareggio ci metterei la firma».
L’ala ovest della Nord è un salotto dove ognuno ha il suo posto. Accanto ad Amerigo c’è Mario, dall’altra parte una coppia di sessantenni. Sotto una famiglia con due bimbi. «Vede, sulla poltroncina c’ho scritto il numero: il 23, lo sa come si dice a Livorno vero? 23 buo di...».
La Nord canta, in mezzo ai supporter ospiti si accende un fumogeno. A «Come i pisani» i livornesi rispondo con un collettivo «andate a quel paese». «Era dai tempi della seria A che non si vedeva uno stadio così», insiste Amerigo, abbonato da 15 anni e appassionato da sempre. Dalla pancia del tifo spunta uno striscione che dovrebbe sapere di buon auspicio e invece resterà l’unico ricordo dolce legato ai bianconeri. «26.4.2002 Treviso 1 Livorno 2», per rammentare ai rivali la vittoria che regalò agli amaranto la serie A.
Quando spunta il messaggio «Solidarietà agli studenti in lotta», la partita, almeno quella sul campo, è già chiusa da un pezzo. Quella sugli spalti invece deve ancora cominciare. Eppure qualche sorriso sugli spalti in molti lo avevano già visto. Un esempio? Sul due a zero l’ex Di Gennaro prova un colpo di tacco in area di rigore. Tre file più indietro l’urlo: «E devi esse il calzolaio di via Mentana».
Ma il gol più bello della Curva deve ancora venire. Arriva al 58’. È un’azione corale dove tutti toccano la palla. In campo Lo Spezia ha appena segnato la quarta rete, qualche tifoso amaranto prende la giacca e dalla tribuna come dalla Nord o dalla gradinata e si avvia verso le scalinate che portano all’uscita. Quanti faranno lo stesso?
Invece basta un tocco delle mani e la Nord si accende. Perché si può essere sotto, e di brutto, anche in casa, a metà del secondo tempo, nella partita in cui il calcio fa pace con la città dopo una cena insieme com’è successo sabato, e vedere un muro di tifosi alzarsi a cantare: «Forza magico Livorno/vinci ancora per gli ultrà/ questa curva amaranto/canta sempre non ti lascia rallentà». Ripeterlo una due tre quattro volte finché la gola non si secca. E poi restare su, dritti, forse per reggere l’amarezza della sconfitta o forse per dimostrare che è possibile rialzarsi.
Quando l’arbitro Ciampidi di Roma fischia la fine del match sono ancora tutti in piedi: «Sotto la Curva/venite sotto la curva», gridano. Nel momento in cui Luci e compagni arrivano a portata di voce ci sono applausi e un messaggio che sa di promessa: «Undici, undici, undici leoni/ noi vogliamo undici leoni».
È ora di riavvolgere gli striscioni. E da come i tifosi lo fanno, veloce e con le teste basse, si legge l’amarezza della sconfitta. Ma chi lo fa è in campo. Se alzassero gli occhi a guardare in alto ricorderebbero che la partita, almeno quella sugli spalti, è stata un successo.
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