Il Tirreno

Livorno

«Mi riposo in Nepal pensando a Rio»

di Mario Orsini
«Mi riposo in Nepal pensando a Rio»

Andrea tra feste e la visita al Fides. «L’ oro è il top, merito della mia famiglia. E della mia ragazza che mi batte sempre»

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LIVORNO. Mano nella mano con la bella Beatrice sulle pendici dell'Himalaya. La vacanza di Andrea Baldini è già cominciata. «Rimarremo in Nepal e Buthan una ventina di giorni. Sarebbe bello salire fino a ottomila metri ma ci accontenteremo di molto meno.. il nostro obiettivo è conoscere quelle civiltà. Vedere come vive quella gente. Ad un'estata di relax al mare abbiamo preferito questa perché ci consente di arricchire il nostro bagaglio culturale». E' un Andrea Baldini, sereno, tranquillo e felice, quello che abbiamo incontrato nella sede del Fides, in un ritaglio di tempo delle poche ore trascorse a Livorno, prima di volare, con la sua bella fidanzata, in un paradiso naturale, in perfetta sintonia con la sua indole di bravo ragazzo, mite, taciturno, gentile, e per tanti versi poco livornese, pur adorando la città di Livorno, con tutti i suoi eccessi e le sue contraddizioni.

La conquista della medaglia d'oro a squadre sulle pedane londinesi gli ha consentito di arrivare alla quadratura del cerchio. Tradotto significa essere salito sul gradino più alto del podio, almeno una volta, in tutte le gare planetarie: Olimpiadi, Mondiali, Europei, italiani.

Nei tuoi pensieri, Andrea, è meno lontano Pechino o Rio de Janeiro?

«Rio de Janeiro. Pechino è una storia chiusa. Rio rappresenta il futuro e una nuova sfida da vivere e possibilmente vincere».

Poi stop e addio alla scherma?

«E' presto per dirlo. Quando sarà il momento ci rifletterò con calma. Adesso guardo avanti con serenità e convinzione. Voglio togliermi ancora tante soddisfazioni».

Più bello il doppio oro ai mondiali di Antalya o quello olimpico di Londra?

«Entrambi stupendi pur con sensazioni e visibilità diverse».

Quando ti rituffi nell'agone agonistico?

«Ad anno nuovo. Da settembre voglio dare un'accelerata ai miei studi universitari, dando qualche esame. A Firenze sono iscritto alla facoltà di sviluppo economico e cooperazione internazionale. Rispetto alla mia fidanzata Beatrice, ormai in dirittura d'arrivo in giurisprudenza, non posso rimanere troppo indietro! (risata)". Cosa ti sei portato a casa da Londra?

«Un'infinità di belle sensazioni e tanti ricordi indelebili». Gli episodi umanamente più belli? «L'abbraccio con le mie sorelle Benedetta e Giulia e mio fratello Matteo, dopo aver superato i quarti nell'individuale. E poi quello con mamma Rita, babbo Enrico e Beatrice appena conquistata la medaglia d'oro».

Che cosa è per te la famiglia? Un rifugio o un'oasi felice?

«Un'oasi felice grazie anche ai miei splendidi genitori e ai miei fratelli».

Nonna Iole e nonno Bruno come hanno vissuto la tua Olimpiade?

«Benedetta mi ha detto che hanno pianto tanto per la gioia».

Più bella la medaglia d'oro a squadre o il bronzo nell'individuale che hai sfiorato per un'inezia?

«Meglio tutte e due. Però tra i due se devo scegliere dico la medaglia d'oro a squadre che, comunque si guardi, è il top in un'Olimpiade. Un oro che rimane per tutta la vita». Poi ridendo aggiunge: «L'oro individuale lo conquisterò a Rio de Janeiro».

Perché Livorno ti vuole così bene?

«Perché non me la tiro. Rimango con i piedi per terra e cerco di essere sempre me stesso: un ragazzo semplice che rispetta il prossimo ed ha tanti amici».

Per quel che ti conosco mi sembri il Roberto Baggio delle pedane...

«Mi fa piacere questa considerazione. Pur nella diversità penso di avere alcune caratteristiche simili al divin codino: fantasia, semplicità, inventiva».

E genialità...

«Se lo dici tu sono davvero contento e provo a crederci». Quante volte hai pensato visto che con il pallone tra i piedi me la cavavo benino potevo fare il calciatore. Avrei avuto meno stress e guadagnato molto di più...

«Sono felice di aver fatto la scherma, mi ha regalato tante soddisfazioni. Superiori a quanto avevo sognato da ragazzino. Come calciatore penso che non avrei sfondato. E se anche fosse accaduto, lo dico con sincerità: i soldi nella vita non sono tutto. Anzi sono una cosa marginale».

Con chi, tra chi ti ha battuto in pedana, faresti volentieri la rivincita anche domani? «Con la mia fidanzata Beatrice. Una volta abbiamo fatto un assalto. L'ho fatta arrivare 14 a 14. Poi però, con una mossa repentina, ricordando quel che aveva imparato in un annetto di scherma, mi ha infilzato. Tante volte le ho chiesto la rivincita ma lei non ne vuol sapere. Prima o poi la convincerò a concedermela».

Quando hai messo per la prima volta piede al Fides? «Nel settembre del 1991. Non avevo ancora sei anni e volevo imitare mio fratello Matteo. All'inizio mi hanno detto che non potevo iscrivermi, perché ero troppo piccolo. Poi dopo un po' di bizze mi hanno preso».

Cosa ricordi?

«Tutto, cominciando dalla prima lezione con il maestro. Ma ricordo soprattutto la preoccupazione che avevo quando dovevo mettere la firma sul foglio dei presenti agli allenamenti. Anche per l'emozione avevo delle difficoltà a farlo. A casa vedendomi preoccupato, le prime volte, mamma m'insegnava, con pazienza, a compiere questo adempimento. E per migliorare mi esercitavo su un quaderno».

Quando hai iniziato a fare i primi sogni di poter diventare un grande fiorettista?

«Vedendo vincere l'oro individuale del fioretto, al pisano Alessandro Puccini, alle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Da lì è partito il mio sogno».

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