Il Tirreno

Livorno

Rizzoli: maestro di calci, pugni e rispetto

di Alessio Traversi
Rizzoli: maestro di calci, pugni e rispetto

46 anni, è un’istituzione della kickboxing: insegna ai ragazzi della Rendoki. «Nessuna violenza, solo regole di vita»

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LIVORNO. E’ piena estate e la temperaturaè oltre il livello di guardia, ma nel salone della palestra Rendoki decine di atleti si scaldano, si esercitano, sudano. Massimo Rizzoli li guarda oltre il divisorio trasparente e sghignazza: «Io gliel'ho detto di andare al mare, invece loro sono sempre qui». Da qualche anno Massimo, campione del mondo in diverse specialità (Full contact, Thai Box, Shoot Boxe e Low Kick Boxing) e in diverse categorie, non sale più sul ring. Alla base di questa scelta non ci sono però il passar del tempo e il timore di non farcela più , ma la volontà di dedicarsi a tempo pieno all'insegnamento: »Ho combattuto per l'ultima volta a 40 anni e oggi ne ho 46. Avrei potuto continuare: mi alleno ancora due volte al giorno e fisicamente mi sento bene. Ma io lavoro in base a un metodo rigoroso e rispetto alle mie convinzioni conciliare il ruolo di lottatore di alto livello con quello di istruttore è impossibile: bisogna scegliere. Certo l'emozione del combattimento mi manca, come mi manca la sensazione che si prova quando si esce dallo spogliatoio e ci si avvia verso il ring».

Massimo ritiene che costruire il giusto rapporto con gli allievi costi molto impegno ed attenzione: «Ai miei ragazzi cerco di trasmettere quello che io stesso ho imparato nel mio percorso. In sport come questi la relazione tra maestro ed allievo è fondamentale e nello stesso tempo delicata: bisogna trovare il giusto compromesso tra l'essere un fratello maggiore e l'essere un coach che guida l'atleta verso il risultato sportivo».

Nel suo percorso ha indubbiamente avuto molto peso il rapporto con il fratello maggiore Patrizio, a sua volta coach ed istruttore di lungo corso: «Sono cresciuto con lui e lo ritengo il mio maestro. Ancora oggi è per me un punto di riferimento, anche se guidiamo due palestre diverse i cui atleti a volte si scontrano sul ring. Abbiamo entrambi abbiamo un carattere forte e nelle discussioni siamo restii a cedere; ma alla fine siamo anche entrambi pronti a riconoscere il fatto che l'altro abbia ragione. Quando ha ragione (ndr ride)». A chi gli chiede se le arti marziali stimolino la violenza, Massimo è solito rispondere con riflessioni in cui si è immerso da lungo tempo: «E' la realtà ad essere normalmente violenta, non le arti marziali. Violenza sono l'indifferenza e le prevaricazioni che fanno parte della vita quotidiana, dalle più piccole alle più grandi. Violenza è ciò che c'è dietro la storia della fabbricazione di certi prodotti che usiamo tutti i giorni. Io la violenza non la accetto, accetto l'istinto di combattere che c'è nell'uomo. Credo che ogni persona sia una composizione di diverse caratteristiche, tra le quali c'è anche l'aggressività: sport come questi ti permettono di conoscerle e di dominarle, perché ti insegnano a combattere in un contesto di regole dure e rigorose. Del resto lavoriamo anche sulla timidezza e sull'insicurezza, che stanno sul livello opposto rispetto all'aggressività. Certo è importante avere la guida giusta. Alla base c'è comunque quell'istinto primordiale che da bambini ci faceva giocare alla lotta nel cortile: le arti marziali ti insegnano a dare un senso a quell'istinto, a batterti e a soffrire non gratuitamente, ma con un scopo. E io spesso ho visto allievi perdere certe attitudini violente che avevano prima di iniziare a praticare le arti marziali». E' del resto noto come il principio di fondo di questi sport sia il rispetto per l'avversario: «Non solo il rispetto, ma anche la gratitudine. Quando combattevo ero grato verso colui con cui mi scontravo sul ring: grato perché si era allenato, perché si era impegnato per essere lì insieme a me a fare in modo che quell'evento potesse accadere». E' per tutto questo che Massimo ritiene che le arti marziali possano essere un'esperienza altamente formativa: «Praticare queste arti è intraprendere un viaggio. Si impara a conoscere la propria individualità all'interno del gruppo con cui ci si allena. E anche la competizione è sempre leale, perché si basa su un principio molto semplice: sei tu contro un altro, non ci sono imbrogli».

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