Toscana
Le due donne che scalarono l’Olimpo
Le storie: Fanny la mamma volante e Dawn la ribelle si imposero a suon di ori. E da allora niente fu più uguale
di Federico Buti
Una era la mammina perfetta nonché moglie devota (del suo allenatore); l’altra una mangiatrice di uomini (e non solo) che sembrava nata apposta per infrangere fragorosamente tutte le regole. Difficile immaginare due donne più diverse - a cominciare dal fatto che vivevano agli antipodi - eppure Fanny Koen e Dawn Fraser sono accomunate da più cose di quello che possa sembrare, oltre che dal far parte per sempre del gotha dello sport. Grazie a loro due e alle loro “scandalose” imprese, infatti, le donne hanno scalato il monte Olimpo, sono diventate personaggi degni di essere seguiti e raccontati come e talvolta di più dei colleghi maschi; e insomma grazie a loro un bel pezzo di storia degli ultimi cinquant’anni è cambiato.
Fanny Koen, sposata Blankers, è stata senza ombra di dubbio la protagonista delle Olimpiadi di Londra del 1948, che se non ci fosse stata lei sarebbero passate in archivio come le più scarse della storia: d’altra parte la seconda guerra non era, si può dire, ancora finita: si gareggiò in mezzo alle macerie e alla miseria nera.
Nel 1948 Fanny aveva trent’anni, che all’epoca erano tanti per un atleta; ma soprattutto aveva due figli, il secondo dei quali di 2 anni, lo allattava ancora. Nemmeno nell’avanzata e “liberal” terra d’Olanda era facile per una donna così messa essere sdoganata per le Olimpiadi: ma la signora Koen Blankers ci riuscì a suon di record, che nel 1947 la fecero proclamare atleta dell’anno. Inoltre si meritava un risarcimento doppio: a 18 anni aveva onorevolmente gareggiato ai Giochi di Berlino del ’36 davanti ai gerarchi nazisti, lei giovane di lontane origini ebraiche; e a quelli del 1940 - se ci fossero stati - sarebbe stata destinata a un trionfo.
Aiutata dal suo fisico asciutto (era altissima: 1,75) e dalla ferrea determinazione, Fanny andò a Londra e vinse quattro medaglie d’oro nell’atletica leggera, roba che è riuscita a pochissimi, gente come Carl Lewis e Jesse Owens. Dopo aver conquistato l’oro nei 100, 200 e 80 ostacoli, fece il suo capolavoro in staffetta: era l’ultima frazionista, le passarono il testimone in terza posizione staccata di 5 metri, Koen rimontò centimetro su centimetro e sul filo bruciò l’australiana. Al suo ritorno la folla la portò in trionfo ad Amsterdam, su una carrozza; le regalarono una bicicletta e una cucina economica, convinti che con lo sport avesse chiuso.
Ma Fanny Koen non era la mammina perfetta e la moglie devota che - dopo averla accettata a denti stretti - la stampa e la tv avevano descritto, per “sublimarla”. Sta di fatto che non si ritirò mai. Volle fare anche le Olimpiadi di Helsinki, e fece un buco nell’acqua. Poi volle allenare la Nazionale, con risultati non eccelsi. E nemmeno dopo la morte del marito si ritirò, nemmeno dopo i primi sintomi di Alzheimer; continuò a occupare la scena e un paio d’anni prima della morte concesse una lunga intervista a un’autrice che stava scrivendo un libro sulla sua vita, confidandole senza ipocrisia che la cosa che aveva più amato nella sua vita era vincere, arrivare sulla vetta.
Nessuno di questi problemi di interpretazione, invece, ebbe Dawn Fraser: lei fin dall’inizio fu esplicitamente e provocatoriamente antagonista. Nei confronti di tutti, a cominciare dall’establishment sportivo che infatti appena poté si vendicò crudelmente.
Dawn - che a 75 anni è ancora viva, vegeta e arzilla - era una ragazza australiana proletaria, nata in un sobborgo di Sydney nel 1937. Suo padre era un carpentiere scozzese emigrato, i Fraser vivevano in uno “slum” e Dawn era l’ultima di 8 tra fratelli e sorelle, dovette farsi largo a gomitate fino dalla nascita. Scaraventata in piscina per calmare la sua irrequietezza, aggrediva l’acqua a bracciate violente: alta quasi come Fanny Koen, massiccia e piuttosto sgraziata, vinceva di pura forza, finché un paziente maestro riuscì a placarla insegnandole lo stile, e allora Dawn diventò un fenomeno, per molti la più grande nuotatrice di tutti i tempi. Quello che è certo è che Fraser è stata la prima donna a nuotare i 100 sotto il minuto, che ha battuto 39 record mondiali e che ha vinto la medaglia d’oro nella sua gara prediletta in 3 Olimpiadi consecutive: Melbourne 1956, Roma 1960 e Tokyo 1964: dove pure arrivò quattro mesi dopo la morte della madre in un incidente stradale, distrutta e dimagrita 15 chili.
E le Olimpiadi vinte sarebbero state 4, se Dawn fosse stata al pezzo come le raccomandavano. Invece le piaceva bere e fare casino; le piacevano i ragazzi e faceva strage di cuori, malgrado non fosse una bellezza; non sdegnava nemmeno qualche incursione gay. E le piaceva dire la sua senza peli, perché ora era la numero 1 del mondo e poteva farlo, dopo tanta miseria e silenzio.
In tanti l’aspettavano al varco. Successe proprio a Tokyo, dopo una gara vinta: ubriaca e male imbrancata, Dawn la notte rubò alcune bandiere di fronte al Palazzo Imperiale, un autentico sacrilegio per i giapponesi. Finì in galera e dopo una lunga e velenosa coda di polemiche fu squalificata per 10 anni, fine della carriera. Di problemi, processi e scandali ne ha avuti altri, da allora. Ma ha fatto la dirigente sportiva, l’allenatrice, la parlamentare ecologista, l’albergatrice, la mamma e la nonna. A 75 anni ancora la chiamano in tv, è un oggetto perenne di culto; e lei risponde a tutto senza peli sulla lingua, con quello sguardo azzurro e ironico.
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