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La pacchia è finita: addio ai top player e ora arrangiamoci

di Giorgio Bicocchi
La pacchia è finita: addio ai top player e ora arrangiamoci

Da Berlusconi a Moratti, da Della Valle agli americani: nessuno spende più, e nelle coppe si rischia un grosso flop

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ROMA. Di "top-player", giocatori in grado fare la differenza, al momento, nemmeno l'ombra. Luglio quasi in archivio, fino a qualche stagione fa, a questo punto del mercato, i grandi campioni già si erano appalesati, ovviamente in Italia, fotografati con la maglia d'ordinanza dei loro nuovi clubs. Ma ormai la pacchia è finita, si tira la cinghia, gli introiti delle tv a pagamento non bastano più per impostare i programmi e pagare le spese di gestione.

Nessuno osi pensare - alla luce della situazione contingente - a cosa potrebbe accadere al calcio italiano, dalla A alla B, se le tv a pagamento chiudessero i rubinetti, decidendo di ritirarsi e di non proporre più calcio di livello. Sarebbe, per molti clubs, la bancarotta. Perché Berlusconi vende, idem Moratti. Lo stesso fa la famiglia Della Valle. Gli americani di Trigoria, tanto strombazzati, non hanno ancora ricapitalizzato i milioni di euro di loro competenza, stando alle intese siglate a suo tempo con Unicredit. Lotito mai ha messo in atto, nella Lazio, un aumento di capitale sociale. Mancano i soldi liquidi, alla stregua delle ormai sempre più numerose famiglie italiane.

Pure nel pallone si taglia, si riducono le uscite. Moratti chiude i rapporti con mezza squadra, preferendo rescindere piuttosto che erogare milioni di euro da qui al prossimo biennio. Il Milan si priva delle colonne portanti della squadra: poco importa se in Champions la differenza di peso tecnico con le altre opulenze del calcio continentale acuirà i disagi. Si dragano mercati stranieri: l'Udinese, da anni, è la vessillifera del movimento. Sfrutta i canali privilegiati con agenti e mediatori internazionali, importando giovani promesse. Che culla, alleva, lancia e poi rivende a peso d'oro. Come accaduto quest'anno per Asamoh e Isla, come già avvenuto per Sanchez. Come accadrà - vedrete - per Benatia e Armero.

Per carità, la "spending-review" applicata al pallone potrebbe pure generare un nuovo modo di pensare e di plasmare le squadre. Magari lanciando senza remore, come protagonisti, promesse nostrane. Così potrebbe decidere di fare, ad esempio, il Napoli, con Insigne schierato al posto di Lavezzi. Incassi tanti milioni di euro per la cessione di un titolare, ripiani il bilancio, lo consolidi e ti affidi al vivaio. Mettendo in conto, però, che le partecipazioni nelle Coppe Europee siano di complemento. Perché lì, in Europa, domineranno i clubs retti dagli emiri e dagli sceicchi. Oltre alla squadre possedute dagli oligarchi russi, capaci di offrire quindici milioni di euro per un bravo centrale difensivo (e niente più) come Astori.

Le strade, con pochi soldi da spendere, sono due, non esistono scorciatoie. Lanciare in prima squadra italiani giovani, bravi, vogliosi di mettersi in mostra, aspettando che la fase di recessione passi senza lasciare strascichi pesanti. Oppure sondare i mercati stranieri più convenienti, con il fine di spendere poco e magari azzeccare l'intuizione. Come fece Lotito lo scorso anno, acquistando a tre milioni di euro lo sconosciuto Lulic, valutato oggi sette volte tanto. Ci sta provando la Roma, che ha vestito di giallorosso brasiliani che nessuno conosceva.

Regime fiscale meno oppressivo, all'estero i cartellini costano di meno del mercato italiano. In attesa della costruzione di nuovi stadi (e dei potenziali nuovi indotti assicurati dagli sponsor e dalle attività collaterali), il calcio italiano predica sobrietà. L'epoca dei Mecenati e dei campionati retti dalle "sette sorelle" (sono ormai un flebile ricordo.

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