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Livorno

 

Porcellini: «Per rispetto parlerò solo a fine indagini»

di Federico Lazzotti
Porcellini: «Per rispetto parlerò solo a fine indagini»

Sono le uniche parole del medico sociale del Livorno, il giorno dopo la deposizione della perizia del medico legale che ha svolto l'autopsia sul corpo di Piermario Morosini

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LIVORNO. «Per rispetto nei confronti di Mario e della sua famiglia non parlerò di quello che è successo fino al termine dell’indagine». Sono queste le uniche parole che pronuncia Manlio Porcellini, medico sociale del Livorno, il giorno dopo la deposizione della perizia che riguarda l’autopsia sul corpo di Piermario Morosini, il centrocampista amaranto morto di calcio lo scorso 14 di aprile sul campo del Pescara per colpa di una cardiomiopatia aritmogena.

Il medico amaranto per il momento non risulterebbe indagato dalla Procura di Pescara che ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, ma la sua è senza dubbio una delle situazioni più delicate tra quelle che il pubblico ministero Valentina D’Agostino sta vagliando, tanto da essere stato asocltato come persona informata sui fatti. Porcellini, infatti, è stato l’ultimo a monitorare le condizioni fisiche del centrocampista e un’infermiere ha raccontato che il medico sociale disse di non usare il defibrillatore al momento dello svenimento. Impossibile dire, anche a distanza di tre mesi dal giorno della tragedia, se un comportamento diverso da parte dei soccorritori avrebbe cambiato il destino del Moro.

Basta leggere le varie ipotesi che diversi esperti hanno fatto su quello che è avvenuto. C’è chi, come la responsabile del laboratorio Deltamedica di Milano (quella che si è occupata di Kanu ndr), sostiene che per salvare Morosini, sarebbe bastato un normale screening capace di individuare quel difetto al cuore. Il consulente tecnico nominato dal pm nella sua relazione ha invece spiegato come la malattia genetica che ha colpito il centrocampista amaranto fosse allo stato embrionale e quindi difficilmente diagnosticabile. Infine il perito di parte della famiglia del “Moro”, la dottoressa Cristiana Basso, ribadisce come l’uso del defibrillatore in campo «avrebbe dato qualche chance in più alla salvezza del ragazzo».

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