Il Tirreno

Livorno

Francesca Picchi quarant’anni a tutto basket

di Renzo Marmugi
Francesca Picchi quarant’anni a tutto basket

«Mi diverto ancora, giocherò finché ce la faccio: ho tanta passione, ma ai miei tempi era meglio»

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LIVORNO. Quarant’anni di basket, e non sentirli. E’ la storia di Francesca Picchi, classe 1964, un’istituzione nella palla a spicchi livornese. Figlia di una famiglia ipersportiva, malata di calcio e col sangue amaranto (bastano due nomi, il padre Leo e lo zio Armando, per dire tutto), cominciò ad andare in palestra prestissimo. «Avevo sette anni - racconta - quando seguii a ruota mio fratello Gianni, oggi dentista, a giocare a pallacanestro nell’Uisp. L’allenatore era Roberto Chirico, uno che i fondamentali li conosceva come l’Ave Maria, visto che a Livorno all’epoca non esisteva ancora una squadra femminile. Negli anni seguenti arrivarono le prime leve: Stefania Baggiani, le sorelle Gigoni, e come coach venne Giancarlo Papini. Per problemi familiari con mia sorella Paola feci una divagazione sulla ginnastica artistica, però non mi piaceva. Così tornai al basket, passando alla PL ai tempi di Sauro Bufalini. In inverno tiravo il pallone verso il canestro insieme a Vanni, Fusi, Fava e altre compagne, in estate invece mi dedicavo al calcio e alle gabbionate ai bagni Fiume insieme a mio padre Leo. Le giovanili vere e proprie, sempre alla Pallacanestro Livorno, furono sotto la guida di Maurizio Vortici, quindi passai allo Ski Center di Marco Romito. Gli altri coach che mi ricordo di quei tempi sono Raul Giannoni e il suo vice Simoni, quindi Paolo Balestri nell’Aclibasket. A 13-14 anni vincevamo tanto a livello regionale, facemmo la serie C e la promozione in “B”. Non ero alta, tutt’altro, però me la cavavo col carattere di mio zio Armando e con la duttilità di mio padre Leo, primo giocatore in Italia ad aver toccato la serie A sia nel calcio (col Torino), che nella pallacanestro, ai tempi del Cama».

La storia di Francesca Picchi è un elenco infinito di partite, sudore, passione. «Nel 1989-90, con la fusione fra Acli e Uisp, andammo in serie A2 battendo Sorrento. Eravamo io, Bombelli, Del Nista, Ceccarini, Ponzi, Carrai, e altre. Un’emozione enorme, la stessa di quando mio padre mi raccontava delle partite del grande Torino. Poi io venni via dopo sei mesi per andare in B nazionale, quindi a Lucca con Giancarlo Papini, poi sono tornata a Livorno nell’Uisp per diversi anni, giocando anche qualche partita in A2 nelle Girls. Non mi facevo mancare niente, adoravo anche il calcio. Infatti negli anni dell’Uisp giocavo anche come centravanti nella Livornina, in serie C femminile. Aveva ragione mio zio Armando: mi chiamava “Ponce”, perché ero piena di grinta e secondo lui avrei potuto sfondare anche a pallone. Quando morì avevo cinque anni e mezzo, ma lo ricordo ancora bene. Poi mi dedicai solo alla pallacanestro, fino al 1999, quando mi fermò un grave infortunio al ginocchio. Intervento chirurgico, un anno di stop, e non è bastato, visto che ai legamenti sono stata operata quattro volte. Ho ripreso nel 2000 a Pisa, e da lì continuo ancora. Fino a due anni fa mi allenavo al PalaMacchia insieme alla squadra di A1 allenata da Cinzia Piazza, poi in serie C con Luca Mori. E ora per diletto gioco ancora con gli amici uomini alla Bastia all’ora di pranzo».

«Il basket - continua Francesca Picchi - per me è vita, e giocherò finché ce la faccio. Da ottobre 2011 ho cominciato anche ad arbitrare, col fischietto in bocca mi chiamano a dirigere partite dal minibasket all’under 17. Ho anche provato ad allenare, ma non è stata un’esperienza felice, nei genitori non c’è molta cultura sportiva. Ora aspetto gli Europei over di questa estate, decisa anche a 48 anni di poter dire la mia».

Francesca Picchi, professione assistente dentale anche se ha un diploma in maestra d’asilo, ha un solo rimpianto, anzi due: «Non essere andata via da Livorno al momento giusto, perché è sempre difficile diventare profeti in patria, e poi non essere alta almeno 1,70. Sono m. 1.63, la mano è morbida, ma qualche centimetro in più mi avrebbe fatto comodo...». Due anche le gioie più grandi: «La promozione in A2 e poi quando mi sono resa conto dopo tutti gli interventi al ginocchio subìti che riuscivo ancora a correre».

Ma il basket femminile di oggi non piace molto a Francesca. «Ai miei tempi - sottolinea con una punta di amarezza - si giocava con la testa e lo spirito sportivo si respirava in ogni momento. Ora invece domina il corri e tira, chi va in campo più che alla squadra pensa a fare bella figura in prima persona, c’è più egoismo e molto meno rispetto dell’allenatore. Anarchia assoluta, più o meno».

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