Gioco
Arbitri livornesi, altri piccoli Banti crescono
Simola: «Nel nostro gruppo avanza la linea verde e gli episodi di violenza per fortuna sono isolati»
LIVORNO. La loro voce si sente poco, un po' perché lo impone il regolamento, un po' perchè lo stabiliscono le consuetudini. Eppure se non facessero parte del gioco, il gioco finirebbe. Tacciono, ma recitano la parte più difficile. Sono gli arbitri, tra cui i molti che Alessio Simola, presidente della sezione AIA di Livorno, invia sui nostri campi di calcio settimana dopo settimana a gestire partite più o meno complicate. Nella maggior parte dei casi tutto fila liscio, in altri purtroppo no, e allora si tratta di fare i conti con qualche turbolenza; ma Simola, numeri alla mano, afferma che la nostra provincia non è un territorio più complicato di altri: «Purtroppo qualche episodio di violenza si verifica ancora, ma fortunatamente si tratta di eventi isolati. Se contiamo quelli che potremmo definire episodi eclatanti, con arbitri costretti a ricorrere alle cure ospedaliere, ci accorgiamo come a Livorno non siano affatto maggiori rispetto alla media nazionale, anzi. E' però ovvio che quando si verificano, come in questa stagione nel caso della testata rifilata da un allenatore all'arbitro in una partita Juniores, suscitano un certo clamore. Naturalmente la nostra volontà è quella di tendere verso il completo azzerramento della violenza; e io credo che da questo punto di vista la Figc nel suo complesso, sia con l'attività di sensibilizzazione sia con l'inasprimento delle sanzioni, stia procedendo nella direzione giusta».
Il lavoro di Simola e dei suoi collaboratori resta comunque opera molto delicata, anche perchè la sezione livornese ha da alcuni anni adottato una marcata linea verde, che porta sempre più in campo arbitri molto giovani: «Nel nostro gruppo ci sono diversi ragazzi che stanno imparando e si stanno facendo le ossa. Non hanno un compito facile, perchè spesso si devono confrontare con calciatori più anziani ed esperti, come accade in Terza Categoria; ma sono impegnativi anche i campionati giovanili, dato che un arbitro ha a che fare non solo con i giocatori, ma anche con i dirigenti. Naturalmente accade che un arbitro commetta un errore. Fa parte del gioco, così come ouò sbagliare un calciatore; ma quando un giocatore fallisce un rigore non viene certo aggredito. D'altra parte censurare i comportamenti violenti non significa naturalmente voler soprassedere al giudizio sull'operato di un arbitro; c'è però una sede apposita per farlo: è la Commissione tecnica, dove si valutano i singoli e si stabilisce se siano capaci o meno di arbitrare in una certa categoria».
E' del resto la stessa Figc a voler avvicinare i più giovani al fischietto: lo dimostra un accordo stipulato con il Ministero dell'Istruzione, che ha permesso di promuovere i corsi per arbitri anche nelle scuole superiori della nostra città. Ma perchè un sedicenne dovrebbe oggi voler incarnare un ruolo che offre così poca gloria e così tanta responsabilità? «Perchè è un modo diverso per avvicinarsi al calcio. Perchè ti può permettere di calcare campi importanti anche se non sei un grande calciatore, come è successo a diversi arbitri cresciuti nella nostra sezione: Piero Ceccarini, Luca Banti, Carina Vitulano. E perchè è un'esperienza che educa, fa crescere e fa acquisire una disciplina; e che ti insegna ad essere il primo nel rispettare le regole del gioco».
Alessio Traversi
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
