Lutto
Perotti, la medicina giusta per guarire
Sette punti in tre partite: e sabato sera contro il Grosseto la possibilità di salvarsi senza aspettare gli altri campi
LIVORNO. Alle sei del pomeriggio del 5 maggio eravamo molto vicini al ritorno in quella serie C che era stata salutata esattamente dieci anni prima. L'immeritata sconfitta di Verona era ancora calda. E veniva dopo altri tre scivoloni sanguinosi contro Cittadella, Ascoli e Torino. Gli ultimi punti, i nostri, li avevano conquistati nella notte dei tempi: il 31 marzo a Gubbio. Poi il ko interno con il Padova alla vigilia di Pasqua e il dramma-Morosini. Ce n'era abbastanza per sistemare il Livorno al primo posto nella lista dei candidati alla retrocessione anche perché il calendario era infame: sfida con il lanciato Sassuolo e ritorno a Pescara per difendere in 60' die gol di vantaggio contro una squadra che viaggiava alla media di quattro gol a partita.
La rivoluzione 'perottiana'. Due settimane dopo, siamo con il collo fuori dall'acqua. Apnea finita. Anzi. Adesso abbiamo il coltello dalla parte del manico perché se sabato sera gli amaranto faranno fuori il Grosseto, salvano la categoria senza fare altri calcoli. Il merito della metamorfosi? Dei ragazzi, ma anche e soprattutto di Attilio Perotti, mister concretezza. Arrivato in autunnoper occupare il ruolo di direttore tecnico, l'uomo di Bagnolo Mella a dicembre si rifiutò di tornare in panchina dopo l'esonero di Novellino. Ma a primavera inoltrata, non si è potuto esimere dal tornare in trincea al posto di Armando Madonna, uomo buono e sensibile, schiacciato dalla morte del 'Moro'.
Il taumaturgo. Il Re Mida amaranto è di poche parole. Preferisce che sia il campo a esprimere il suo credo. Fatto di cose semplici e genuine di cui si può andare fieri. E allora ecco che Perotti fin da quando è tornato nella tonnara, ha chiesto ai suoi di giocare semplice. Banditi i ghirigori, c'era solo da far legna e da lottare fino all'ultimo minuto. E' successo con il Sassuolo. Una partita chiave, perché è quella che ha sbloccato il gruppo dai 38 punti in classifica. Quel giorno è sbocciato un fiore sull'asfalto. La squadra ha resistito alle folate neroverdi nella ripresa. Atteggiamento commovente. Come quello di Lorenzo Remedi, tornato titolare dopo molti mesi. Uno che correrebbe dietro anche all'arbitro. Energie fresche, voglia, motivazioni. Attaccamento alla maglia.
Il capolavoro. A Pescara, nella notte più difficile, Perotti, per sua stessa ammissione, ha sfoderato il vecchio e sano catenaccio. E ha fatto bene. Il fine giustifica il mezzi, diceva Machiavelli. E allora tutti dietro la linea della palla. Dionisi in panca e Paulinho a far la guerra là davanti. E poi le parate di Bardi, il bimbo di Livorno. E gli abruzzesi sono rimasti all'asciutto. Le hanno vinte tutte, gli abitanti di Zemanlandia, da quel maledetto 14 aprile. Tutte, ma non quella. Hanno segnato 21 gol in 6 partite, ma il bunker amaranto non è stato perforato.
Le scelte. Non è sfuggito nulla a Perotti che ha fatto pure lo slalom tra le diffide che pendono sul capo dei suoi ragazzi. Così ecco il turnover. A Brescia dentro Dionisi dall'inizio e Paulinho pronto per l'uso. Ma pure due esterni offensivi come Piccolo e Siligardi. E dietro le geometrie e gli inserimenti di Belingheri. E al 'Rigamonti' è arrivato il blitz che serviva. 7 punti in tre partite. Per tornare a respirare a pieni polmoni.
I collaboratori. Domenica Perotti ha lasciato la ribalta al vice Ezio Gelain, il suo alter ego. Il vice di cui sa di potersi fidare ciecamente. Un atto dovuto, di riconoscenza. Ma questa 'remuntada' è figlia anche dell'attaccamento alla maglia e alla città che Alessandro Doga ha trasmesso al gruppo. Lui potrebbe scrivere un trattato di filosofia amaranto. Ha impartito qualche lezione. E la squadra ha ricominciato a giocare alla livornese.
Derby caldissimo. Sabato ci giochiamo tutto. Ma a casa nostra, e non importa se qui hanno banchettato in tanti quest'anno. Questo gruppo ha vissuto una stagione difficile sul piano sportivo, indimenticabile (purtroppo) su quello umano. Merita un sincero, caldo, appassionato incoraggiamento. Merita uno stadio pieno. Adesso è la gente di Livorno che deve trascinare la squadra nel suo slancio verso la salvezza.
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