Gioco
Moro, hai visto il tuo Livorno?
Il Pescara non sfonda, amaranto più vicini alla salvezza: tre punti dedicati a Piermario
INVIATO A PESCARA. Sembra di vederlo Piermario Morosini con quel suo sorriso dolce e profondo che sussurra nell’orecchio dei compagni: «Bravi, era questo il ricordo che volevo». Nella strana partita di 59 minuti più recupero il Livorno difende i due gol di vantaggio e nega al Pescara la gioia di conquistare la promozione diretta in serie A con due partite di anticipo. Ma alla fine i quindicimila dello stadio applaudono tutti, anche gli amaranto. Che ringraziano con un giro di campo dopo che Luci e Mazzoni al triplice fischio dell’incerto arbitro Baratta erano andati ad abbracciarsi proprio nel punto dove il Moro si era fermato per sempre.
Sorpresa. Attilio Perotti a 66 anni non ha bisogno di stupire con effetti speciali. Ha ereditato da Madonna due gol di vantaggio dopo 31’ e sceglie di gestirli. Fuori Dionisi, dentro Schiattarella sull’out destro per raddoppiare su Insigne in modo da non lasciare Salviato in balia dell’uno contro uno del “topomatto” di Zeman. E dall’altra parte Bigazzi basso a protezione di Lambrughi. In mezzo, tuta blu e fiato da vendere, Filkor, Luci e Remedi, più schiacciati davanti alla difesa che non votati ai rifornimenti per Paulinho, unica punta. Un centro-boa che cerca di calamitare i palloni per permettere alla squadra di salire, anzi soprattutto di respirare. C’è il capitano davanti al gioiellino Verratti, in un 4-5-1 dove il fine giustifica i mezzi.
Venti minuti. Il primo tempo, iniziato con la palla scodellata da Baratta davanti all’area amaranto, doveva durare 14’, poi diventati 19’ per un recupero (inspiegabile) di altri cinque minuti. Pescara all’arma bianca, ma anche frenetico, non arioso e dal gioco aperto come piace a Zeman.
Il Livorno si è stretto nelle spalle e ha aspettato. Assurdo pensare al calcio spettacolo quando devi salvarti e sei in casa della squadra che ha segnato 86 reti in 39 giornate. Sano pragmatismo, meglio essere sporchi, brutti e cattivi che non quelli visti contro il Torino e a Verona. Il cambio di manico (quattro punti in due partite) è servito a scuotere il gruppo, a restituire a tutti senso pratico e autostima. E’ già qualcosa, anzi molto.
Dopo l’intervallo. L’assalto del vero Pescara è arrivato al ritorno dagli spogliatoi: gioco sulle fasce per aprire l’area, occasioni che fioccano. Ma la mira di Immobile e Insigne per una sera è storta, e quando il capocannoniere del campionato per tre volte si trova davanti un’autostrada verso il gol sbaglia il diagonale (25’), trova un miracolo di Bardi (30’), timbra il palo (32’).
Neppure l’ingresso di Maniero, un’altra punta, per un 4-2-4 da rischiatutto riesce a far capitolare gli amaranto. Tante mischie, cross, palloni nella tonnara amaranto. Ma i guerrieri Knezevic, Bernardini, Lambrughi spazzano tutto, al resto pensa un’altra partita super di Bardi. Sempre attento a mantenere inviolata la sua porta. Al 39’, poi, si capisce che la promozione diretta del Pescara dovrà attendere. Il difensore Romagnoli viene espulso per doppia ammonizione, la burrasca biancoceleste si placa e il Livorno - nel frattempo è entrato Dionisi per Schiattarella - in contropiede potrebbe anche colpire. Ma sarebbe una punizione troppo bugiarda per Zemanlandia. Già difendere il 2-0 è un risultato super, un pieno di benzina speciale in vista degli ultimi 180’ a Brescia e col Grosseto.
Gli amaranto non vincevano dal 31 marzo a Gubbio, l’attacco è rimasto ancora a secco (450 minuti di digiuno), però si vede che la mano di Perotti ha cambiato la faccia e l’autostima dei giocatori. Gli ingredienti sono gli stessi, il sapore no. E’ questo lo spirito indispensabile per salvare il posto nella categoria. Anche se la battaglia di Pescara si porta dietro come souvenir diversi giocatori incerottati più la squalifica di Bardi.
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