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Quel sorriso e quell’abbraccio Piermario, non ti dimenticherò

di ANTONIO DI NATALE
Quel sorriso e quell’abbraccio Piermario, non ti dimenticherò

di ANTONIO DI NATALE Ho conosciuto Piermario nell’estate del 2005. Era la mia seconda stagione all’Udinese e, parlando con il direttore generale Pietro Leonardi, mi disse di aver preso un giovane...

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di ANTONIO DI NATALE

Ho conosciuto Piermario nell’estate del 2005. Era la mia seconda stagione all’Udinese e, parlando con il direttore generale Pietro Leonardi, mi disse di aver preso un giovane centrocampista promettente dall’Atalanta. Mi raccontò anche la sua tragica storia personale e mi aspettavo di andare a conoscere un ragazzo triste, piegato dalle dure prove che la vita gli aveva già messo davanti.

Quello mi colpì subito, invece, fu il suo sorriso. Ce l’aveva sempre quando arrivava al campo, lo accompagnava durante gli allenamenti, lo aveva stampato in faccia quando ci salutava. È così che voglio ricordarlo, è così che lo ricorderò. D’altra parte è questa la lezione più grande che ci lascia, che mi lascia. Sì, a me in particolare perché non potrò mai dimenticare quello che fece nello spogliatoio quanto tornai ad allenarmi dopo la morte di mia madre.

Tutti i compagni, è vero, ebbero parole di conforto per me, ma lui si alzò, in silenzio, mi venne vicino e mi abbracciò facendomi sentire non solo la sua vicinanza in un momento duro, ma anche tutta quella forza che aveva dentro. Quella forza che gli aveva permesso di superare ostacoli che un ragazzo non dovrebbe trovarsi di fronte. Il pensiero della sorella, certo, era uno stimolo per lui.

Ed è proprio per questo che ora tocca a noi aiutare Maria Carla. L’Udinese, con la nostra Onlus, si è già mossa, così come hanno fatto l’Atalanta ed altri club. Io ho lanciato un appello, che qui rinnovo, a tutti i capitani delle squadre di serie A e B e ne approfitto per rivolgermi al presidente Spinelli e al presidente Corsi perché anche Livorno ed Empoli, come credo faranno, siano in prima fila. Tutto il mondo del calcio deve farlo, perché il calcio era la vita di Piermario. Quello stesso calcio che oggi consuma e logora i suoi figli.

Non credo che la tragedia di Mario possa essere messa in relazione a questa cosa, e neanche ho gli strumenti per capirlo, ma come giocatore e come uomo di 34 anni sento il peso degli impegni. Quest’anno, con l’Udinese, ho già disputato 49 partite e alla fine ne mancano altre 6. Spesso sono così stanco, a livello fisico e nervoso, che non riesco neanche a dormire a riposare. Si può sempre stare fuori, è vero, ma la pressione è forte e tu devi esserci.

Eppure, ve lo assicuro, è sempre più difficile. Oggi la palla va più veloce, tutti i calciatori corrono di più. Con questi ritmi si rischia per forza l’incolumità fisica. Forse, ripeto, non è una spiegazione per quello che è accaduto in quel maledetto giorno a Pescara o anche per i tanti casi che, ultimamente, si stanno ripetendo un po’ troppo spesso. Però è un problema reale, per noi, e non nascondo di aver preso in considerazione che l’ipotesi di ritirarmi. Il calcio mi ha dato tanto, tutto, ma non vale la pena di correre rischi.

Ecco, il dramma di Mario ora può servirci per questo, per riflettere. Il calcio ha dimostrato di sapersi unire in un momento particolare e unito deve interrogarsi, senza le pressioni degli sponsor o delle televisioni. Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo a Mario. Ciao, amico mio.

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