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BASKET: IL PERSONAGGIO

Bargelli, nessun rimpianto «Voglio salvare la Libertas»

Bargelli, nessun rimpianto «Voglio salvare la Libertas»

LIVORNO. Se è vero che nella vita una delle fortune più grandi è non avere rimpianti allora Marco Bargelli, play della Libertas di poca altezza e tanto talento, è un uomo fortunato. A dispetto di una...

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LIVORNO. Se è vero che nella vita una delle fortune più grandi è non avere rimpianti allora Marco Bargelli, play della Libertas di poca altezza e tanto talento, è un uomo fortunato. A dispetto di una carriera che, quando era un ragazzino, sembrava destinata ben più in alto.

Da giovane lei era una stellina del giovanile livornese, diciamo una specie di alter ego di Giachetti. Ora lui gioca in Eurolega e Bargelli, con tutto il rispetto, in DNC. Solo colpa di qualche centimetro in meno o c'è dell'altro?

«A parte che Jacopo aveva un talento infinito che io non credo di avere, anche se ringrazio per l'accostamento, per fare il salto di qualità ci vogliono anche delle doti di concentrazione e devozione al sacrificio che forse mi sono mancate. Sarei un ipocrita se dicessi che non sono arrivato in alto solo per l'altezza. Comunque, anche se ormai la mia dimensione è la C, questo sport mi ha dato lo stesso tante soddisfazioni».

Lle racconti...

«Intanto sono stato allenato da quasi tutti i migliori allenatori livornesi, da Mauro Volpi al Giornalino quando ero un bambino, poi da Banchi e Ramagli al Don Bosco, da Luca Bechi che mi volle portare alle finali nazionali juniores con gente che aveva 4 anni più di me, fino alla coppia De Raffaele e Da Prato che mi hanno regalato il titolo nazionale juniores nel 2001/2002».

Ma l'anno successivo tutto cambiò.

«Sì, andai militare a Vigna di Valle e lì maturai poco a poco una scelta di vita diversa. Sono stato nel Lazio per tanti anni, ho giocato fra l'allora B2 e la C tanti campionati, ho conosciuto Cristina, una ex giocatrice di serie A a Roma, che poi sarebbe diventata mia moglie. Poi la decisione di riavvicinarmi a casa e l'anno scorso sono ripartito dalla C regionale con l'Us Livorno».

C'è stata, nella sua carriera, una partita delle vita?

«In realtà ne ricordo due. La prima fu a Albano Laziale, davanti ai miei genitori. Segnai 43 punti e da allora nel Lazio tutti cominciarono a conoscermi. A fine stagione le offerte non mancavano mai. La seconda fu a Viterbo, con Claudio Vandoni, un altro coach che porto nel cuore. Segnai a fil di sirena il canestro della vittoria contro la corazzata Scauri. Il campionato migliore comunque lo giocai a Ciampino nel 2008/2009, sfiorando il titolo di miglior marcatore».

Veniamo all'oggi. C'è da salvare questa Libertas.

«Per niente facile, perché il calendario è tosto. Ma dipende solo da noi, il talento per farcela non ci manca. In questo periodo, Calasetta a parte, tutte possono battere tutte. Dipenderà solo dalla fame».

Ma questa metamorfosi? Prima 5 vittorie in 19 incontri e poi 5 su 8.

«Eravamo una squadra molto nuova e non siamo riusciti a rendere secondo le nostre possibilità. Io in particolare ho avuto dei problemi successivamente alla nascita di mio figlio e mi spiace non aver dato a Pacini quanto potevo, anche se voglio ringraziare la società, Guidi e Bufalini per quanto mi sono stati vicini. Con Pardini poi è arrivata una ventata di freschezza, evidentemente ora abbiamo tutti la testa più sgombra».

Davvero a 29 anni non c'è più un pensiero per un basket più importante?

«No, va bene così. Cristina, che mi ha fatto maturare moltissimo come persona, e Cristiano mi riempiono la vita, ho un lavoro (sottufficiale della 46.a Brigata Aerea a Pisa) che mi piace e mi appaga. Anche se l'atmosfera non è certo quella allegra e scanzonata di Vigna di Valle...».

Francesco Parducci

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di Redazione web