Gioco
Braccio di ferro senza spinaci ma tanto cuore
Azzurro di lotta libera alle Olimpiadi di Mosca poi un incidente gli ha fatto cambiare sport e vita
LIVORNO. Per essere un campione bisogna non solo saper vincere, ma anche saper resistere ai colpi più duri. Può sembrare un luogo comune, eppure risulta estremamente veritiero quando si parla di Riccardo Niccolini. Campione di lotta libera prima, campione di braccio di ferro e istruttore dopo; nel mezzo quel doloroso spartiacque che a soli ventisei anni lo ha fatto improvvisamente diventare adulto: l'incidente stradale che lo ha segnato nel corpo per sempre e che per un po', ma solo per un po', gli ha tolto dalla mente la voglia di combattere.
L’infanzia. Oggi Riccardo dalla sua postazione osserva per molte ore al giorno i tanti allievi della sua palestra flettersi, torcersi, sudare sui rullanti. I suoi modi gentili sembrano quasi negare il suo antico spirito di lottatore, quello di chi entrò per la prima volta in una palestra passando dalle movimentate strade del quartiere in cui era nato: «Ho trascorso tutta l'infanzia a Shanghai, un quartiere dove il benessere non era molto diffuso. Passavo molto tempo all'aperto: mio padre è morto quando avevo sette anni, mia madre trascorreva gran parte della giornata fuori casa per lavoro. Stavamo in gruppo e ognuno aveva il suo modo di stare al centro dell'attenzione: la forza fisica era uno dei più utilizzati». Eppure il futuro atletico olimpico arrivò su un tappeto di lotta libera quasi per caso: «Il primo sport che cominciai a praticare, a dieci anni, fu il calcio; ma mi dicevano che avevo un'attitudine individualista, che non ero portato per gli sport di squadra. Allora provai con la boxe, cominciando a frequentare l'Accademia Pugilistica allo stadio; mia madre però non gradiva: avevo solo 13 anni e si preoccupava del fatto che dovessi fare tutta quella strada da solo in motorino; così smisi anche col pugilato. Infine mi appassionai alla lotta libera».
La carriera. Erano i primi anni Settanta e fu allora che Riccardo Niccolini fece un incontro fondamentale per la sua carriera e per la sua vita, quello con il maestro Vittoriano Romanacci: «Mi iscrissi alla palestra Olimpia, che allora era in via Fiorenza, e lì conobbi Romanacci. Venne a parlarmi dopo avermi visto in allenamento e mi propose di lavorare con lui. Per me fu un grande periodo di crescita, e nello stesso tempo fu anche un momento di svolta per Vittoriano, chiamato a svolgere il ruolo di commissario tecnico della Nazionale di lotta libera. Cominciò così quella lunga corsa che culminò per me nella partecipazione alle Olimpiadi di Mosca del 1980». Quei Giochi furono per Riccardo un trampolino di lancio; a 22 anni era entrato a far parte del circuito dei più importanti atleti del mondo: «Andammo in ritiro prima al Ciocco, poi presso gli impianti del Coni dell’Acquacetosa. Quindi partimmo per Mosca insieme alla squadra di atletica, quella in cui c'erano Pietro Mennea e Sara Simeoni. L'atmosfera del villaggio olimpico era magica: capitava di incontrare campioni come il mezzofondista Sebastian Coe o la ginnasta Nadia Comaneci. C'erano davvero i migliori, ma il clima era di grande amicizia: ricordo in particolare quando il pugile Patrizio Oliva venne a chiederci consigli perché aveva problemi al collo».
L’incidente. Dopo l'esperienza di Mosca, per Riccardo le “vere” Olimpiadi avrebbero dovuto essere quelle successive, quelle del 1984 e di Los Angeles. Ma ci si mise di mezzo un destino brutale, che nel 1983, sulla strada di ritorno dal centro di Tirrenia dove era in preparazione, lo mandò fuori strada. Ancora oggi gli occhi di Niccolini si intristiscono nel ricordare quella fatalità che gli cambiò la vita e che lo costrinse da ripartire da zero: «Rimasi dodici giorni in rianimazione. Non appena mi svegliai, il mio primo istinto fu quello di farmi tagliare la gamba ferita, di chiuderla lì e andarmene dall'ospedale. Ma fortunatamente parenti e amici riuscirono a farmi ragionare; lo stesso Vittoriano Romanacci mi sostenne, mi aiutò a fare lo scatto mentale che ci voleva per ricominciare. Allora cambiai atteggiamento e feci di tutto per farmi salvare la gamba, anche se purtroppo il danno era permanente. Poi, una volta rimessomi, ripresi con gli allenamenti e poi con la carriera agonistica. Tornai anche ad ottenere buoni risultati, ma sentivo che non ero più lo stesso. Per me quello fu un periodo difficile da tutti i punti di vista, dato che dopo l'incidente avevo perso anche la borsa di studio da atleta che fino ad allora mi aveva permesso di mantenermi».
Popeye e Stallone. Così arrivò una nuova svolta, stavolta doppia: da una parte una scelta meditata, quella di aprire la palestra “Popeye”, nella quale dedicarsi all'insegnamento; dall'altra un evento imprevisto, scaturito da una notizia letta per caso su un giornale: a Salerno si disputava il primo campionato italiano di braccio di ferro. Riccardo si iscrisse e lo vinse. Era il 1985 e poco dopo venne fuori un'altra notizia interessante: Sylvester Stallone cercava in Italia attori per girare il film “Over the top”. La selezione non consisteva in un provino di recitazione ma in una vera e propria gara di braccio di ferro: Riccardo vinse anche quella e si trovò catapultato a Las Vegas: «Il film venne girato in gran parte dentro l'Hotel Hilton, una struttura immensa. Il salone in cui si recitarono le scene principali misurava duemila metri quadrati. Stallone? Ricordo quando si avvicinò a me per darmi una pacca sulla spalla. Mi disse qualcosa in tono amichevole, forse era un complimento ma io non capii, dato che non conoscevo l'inglese». Poi al rientro una sfilata nelle trasmissioni televisive del tempo, ospite di Pippo Baudo, di Raffaella Carrà, di Fabrizio Frizzi: «Il braccio di ferro era diventato la moda del momento». Poi tanti piazzamenti importanti ai campionati mondiali, quindi la scelta di dedicarsi sempre più intensamente al lavoro con i suoi giovani allievi: «Il rapporto tra allievo e istruttore in uno sport individuale come la lotta è fondamentale. E' un rapporto a due, più stretto che negli sport di squadra. L'allievo ti si affida completamente e tu hai il compito di fornirgli le motivazioni giuste e nello stesso tempo di trasmettergli il senso del limite e della misura».
L’istruttore. Una dimensione delicata, in cui rientra anche la relazione con i genitori: «Nella nostra palestra accogliamo i bambini a partire dai sei anni in poi. Li accompagniamo in quella che è una fase decisiva della loro crescita. Poi, quando diventano ragazzi, comincia il rapporto con l'attività agonistica, che negli sport da combattimento richiede molto impegno e forza di volontà. I genitori giustamente tendono ad essere protettivi: entrano in ansia se i figli sono sottoposti ad allenamenti più faticosi del solito o se devono seguire una dieta rigorosa. Allora l'istruttore ha il compito di mediare, di tranquilizzare ma anche di stimolare l'allievo ad acquisire una dimensione di autonomia». Con il passare degli anni la palestra Popeye è diventata sempre di più un punto di riferimento per la città: «A Livorno c'è una forte tradizione sportiva, un clima in cui mi sono sempre sentito a mio agio: quello di una passione diffusa e legata a un sano spirito di competizione. Per mettere su la palestra ho scelto una zona della periferia nord perché è quella a cui mi sento di appartenere. Mi piace pensare che la mia sia una palestra popolare, così come il quartiere in cui si trova».
Dopo tanti anni c'è sempre qualcosa che Riccardo Niccolini non si stancherà mai di insegnare: «Amo gli sport da combattimento perché hanno lo scopo non di stimolare la violenza, ma anzi di imparare a contenerla. Hanno regole precise, trasmettono una disciplina, impongono il rispetto dell'avversario. Spesso non si comprende che la loro pratica educa la mente prima ancora che il corpo».
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