Sicurezza
Londra sulla punta della sciabola
Irene Vecchi racconta la carriera e la qualificazione alle Olimpiadi. «E pensare che ho cominciato controvoglia...»
LIVORNO. Londra eccomi, sto arrivando. Irene Vecchi, la "montanina" amaranto, dopo la certezza della storica qualificazione olimpica, nella sciabola femminile, non sta nella pelle. «Non riesco ancora a crederci. E' un sogno che si avvera. Il sogno di qualsiasi atleta che fa sport a livello agonistico. A Pechino, quattro anni fa, la qualificazione l'avevo sbucciata per due punti e mi era rimasto l'amaro in bocca. Adesso però non ci sono dubbi. C'è la certezza assoluta, senza passare da macchinosi e sempre insidiosi meccanismi di ripescaggio».
Hai avuto paura di non farcela?
«Un anno fa quando abbiamo saputo dell'abolizione della gara a squadre ci siamo sentite tremare il terreno sotto i piedi, la strizza c’è stata. In un momento siamo passate da una qualificazione quasi certa alla consapevolezza di dover lottare fino all'ultimo. Per me un obiettivo importante, ma non un chiodo fisso: se tutto andava bene, mi dicevo, a luglio-agosto farai un bel viaggetto a Londra. Solo prima della prova di Coppa del Mondo di Orléans a febbraio, quando il traguardo era dietro l'angolo, ho avuto il cosiddetto braccino. Poi nelle prove successive di Londra, Antalya e Mosca le cose si sono rimesse a posto».
A fare compagnia a Irene all'ombra del Big Ben sarà Gioia Marzocca che ha chiuso la regular season al 12° posto, alle spalle della Vecchi. A qualificazione acquisita, per Irene si è dilatata anche la popolarità: «Beh, sì, è vero: ogni giorno qualcuno mi scrive, mi chiama per farmi i complimenti. E fa piacere, onestamente, però ora devo pensare a lavorare sodo».
Il tuo mèntore è stato Zanotti, giusto?
«Il mio primo maestro è stato Rolando Rigoli. Poi è subentrato Nicola Zanotti, cui veramente devo tutto. Oltre ad essere il mio maestro è sempre stato un punto di riferimento. Nei momenti di difficoltà non mi ha mai lasciata sola. E' davvero una persona speciale perché associa, a una grande competenza, passione e dedizione. Sia chiaro litighiamo, battibecchiamo ma ho sempre la consapevolezza che fa tutto per il mio bene. Con Nicola siamo cresciuti insieme, lui come maestro ed io come atleta. Adesso però dobbiamo fare i conti con un obbiettivo molto importante. E pensare che io al circolo scherma non ci volevo mettere piede. Ero terrorizzata».
Sciabolatrice controvoglia, a portarla al Fides sono stati i suoi genitori sulla scia del fratello Giulio (classe 1991) più piccolo di due anni. «Mi ricordo ancora il primo giorno. Piedi puntellati alla porta e Giulio che mi tirava dentro dicendomi: dài, non aver paura! Poi è stato un amore a prima vista. E dico la verità, ho sempre sognato le Olimpiadi».
Un saluto speciale?
«E’ per Silvia Pierucci, prematuramente scomparsa un anno e mezzo fa. In questi giorni ho ricevuto montagne di telefonate. Me n'è mancata solo una, quella di Silvia. L'avrei voluta ricevere. A lei devo veramente tanto».
Dì la verità: qualche rinuncia ti ha pesato?
«Guarda, da anni faccio le gare con atlete di 10-15 anni più grandi di me. Sono dovuta diventare grande anch'io. Per essere preparata e competitiva ho dovuto rinunciare alle giratine il pomeriggio con le amiche, al sabato sera in discoteca, a qualche festa. Ma sono sincera, queste rinunce non mi hanno mai pesato. Sapevo bene quali erano le mie priorità ed i miei obbiettivi fin dall'inizio. Comunque non è vero che gli atleti non possono avere una vita sociale, è un luogo comune da sfatare. Anzi, ho amiche con le quali sto molto bene. Quanto allo studio, sono iscritta all’Università di Pisa e non me lo sogno nemmeno, di mollare. Ce la farò».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
