Gioco
Basket, nostalgia canaglia ma cambiare si potrebbe
Il derby dei ricordi per Abdul Jeelani ha confermato una tendenza antica Dell’Agnello: «Nella povertà bisogna unire le forze. E cercare i soldi insieme»
LIVORNO. Mille persone al PalaMacchia in un lunedì piovoso, venute a sfogliare un album di figurine Panini vecchio di quasi trent’anni. Livorno nel basket è strana, un fenomeno sociologico e sportivo da analizzare. Certo, c’era Abdul Jeelani, ma è bastata la parola derby (anche se annacquata dalla Nazionale Basket Artisti) per rivedere scene antiche, fotogrammi lontani. Possibile che in questa città non si possa vivere che di antagonismo fra Libertas e PL? La domanda, dopo l’evento benefico organizzato in fretta da Simone Barazzotto torna a galla e merita un’analisi. Da fare insieme a un livornese doc portato in giro dalla professione di coach, Sandro Dell’Agnello.
Mille spettatori a vedere una partita più o meno da C regionale, anche se con giocatori dal passato molto più nobile. E’ normale o patologico? «Lunedì al Palamacchia – dice “Sandrokan” – avevamo più o meno tutti cinquant’anni, una cosa che deve far pensare. Secondo me il boom dei tempi d’oro si alimentò grazie alla rivalità delle due squadre più che su una effettiva passione, e questo per la nostra dannata voglia di tifare contro qualcuno, andare contro gli altri invece di sostenere i nostri. Ma quei tempi non torneranno più e l’esperienza recente vissuta con Basket Livorno mi fa dire che se l’amante della pallacanestro oggi avesse qualcosa di concreto a un certo livello (almeno la terza serie italiana) in cui potersi identificare al palasport ci andrebbe. Però il tifoso deve sapere che la squadra di oggi esisterà anche domani. Non leggere sui giornali che i creditori ti assaltano, gli stipendi non arrivano, il futuro è un’ipotesi. Se batti Varese perché Simeoli all’ultimo secondo stoppa Galanda su questo gesto puoi viverci di rendita per un po’, e allora lo zoccolo duro di spettatori aumenta: io porto un amico, tu la fidanzata e così via. Certo, sto facendo della teoria perché il basket italiano oggi attraversa una crisi economica micidiale, su 34 società fra serie A e Legadue ci sarà a malapena un 20-30% capace di vivere in serenità. E allora se non si trova un mecenate bisognerebbe unire le forze, creare un consorzio di finanziatori e di sponsor capace di costruire un programma di respiro, non una squadra spot. L’unica via è cominciare a pensare al plurale, noi invece che io. Le varie società dovrebbero rimanere come entità singole a livello giovanile, ma convogliando i migliori under in una formazione unica e competitiva per puntare alla finali nazionali. Certo, ci vogliono i soldi, però se li vai a cercare per un pool di società e non solo per il tuo orticello forse fai meno fatica. E in cima alla piramide una squadra senior sola, per puntare in alto. Sto sognando? Spero di no».
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