Gioco
Da 50 anni in pedana A Livorno il karate si chiama Bibi Gufoni
«Partì tutto nel febbraio del 1962, in una stanza per le feste Questo sport mi ha tenuto in vita il corpo e la mente»
LIVORNO
«Era il febbraio del 1962. Nel complesso delle Acque della Salute c'era un bar con un salone in cui nei fine settimana si tenevano feste da ballo e ricevimenti per matrimoni. Nei giorni feriali invece veniva usato come palestra. Cominciammo ad allenarci lì. Il sabato mattina toglievamo gli attrezzi, il lunedì li rimettevamo al loro posto. A volte nel salone restava qualche avanzo della festa. Allora, prima di cominciare, ci mangiavamo quei chicchi rimasti sui tavoli. È cominciata così la storia del karate a Livorno».
Ed è cominciata così anche la lunga carriera di Alfredo "Bibi" Gufoni, che proprio in queste settimane festeggia il cinquantesimo anno di attività come atleta e istruttore di un'arte marziale che a Livorno in tempi recenti è arrivata a toccare punte molto alte di praticanti. Ma all'inizio non è stato facile: «In quegli anni eravamo in pochi a fare karate, però eravamo disposti a darci molto da fare per diffondere una cultura di alto livello in materia. C'erano in particolare i fratelli Bagnoli, che si lanciarono con me in quell'avventura; avevamo un nostro maestro di riferimento, era giapponese, si chiamava Murakami: viveva a Parigi, ma due volte all'anno veniva in Italia per fare degli stage. Il suo insegnamento fu prezioso, ben presto ci trovammo nella situazione di non dover essere più solo atleti, ma anche istruttori: non c'era nessun altro in grado di farlo».
Da lì in poi sono stati in molti ad avvicinarsi al karate sotto la guida di Bibi e dei suoi collaboratori. «Ho sempre operato nell'ambito della Fijlkam, l'unica Federazione di karate riconosciuta dal Coni. Nel corso di questi cinquant'anni ho insegnato in varie palestre, sempre nell'ambito della stessa Federazione, per cui avrei bisogno di molto tempo anche semplicemente per citare tutti quegli allievi che hanno ottenuto risultati significativi a livello nazionale. Voglio però menzionare almeno il maestro Vinicio Biagi, uno dei migliori insegnanti nazionali, che oggi insieme a me dirige il settore karate della palestra Athletic Club, così come Bruno Giusti, anch'egli valido atleta e istruttore. E poi mi preme ricordare altri grandi allievi che ho avuto e che oggi non ci sono più: Carlo Simonetti, Franco Biagi, Mario Corradini. Sono amici con i quali ho condiviso un lungo tratto di strada e ancora oggi mi commuovo pensando a loro».
Del resto in cinquant'anni di carriera i ricordi si sono accumulati in una lunga fila: «Impossibile sceglierne uno solo; dal punto di vista dei risultati sportivi posso però dire che una delle emozioni più forti è legata alla medaglia d'argento vinta dal mio allievo Alessandro Pucci ai campionati d'Europa negli anni settanta». Ma al di là dei valori agonistici, Bibi insegna da sempre come il karate serva in primo luogo a sviluppare disciplina e autocontrollo: «Agli inizi i combattimenti non erano così regolamentati come adesso. Ricordo come fosse ora un combattimento in una palestra di Firenze in cui il mio avversario mi rifilò nelle parti basse un calcio così forte che la conchiglia mi si piegò in due. Adesso il karate tecnicamente è una pratica di autodifesa, ma tra i suoi scopi principali ha quello di trasmettere il controllo della violenza, non solo in palestra ma anche nella vita quotidiana. Ma Bibi ritiene che sia sempre necessario guardare avanti: "Credo che l'insegnamento del karate nel mondo occidentale debba necessariamente andare incontro ad evoluzioni che, pur non sminuendo la tradizione, ne consentano uno sviluppo».
Anche se per Bibi il metodo più giusto per la pratica del karate lo si coltiva, prima ancora che nelle abilità del corpo, nella disponibilità della mente: "Molto spesso i maestri si vantano di poter mettere ko in combattimento ognuno dei propri allievi. Io spero il contrario, spero che ogni atleta che preparo diventi più bravo di me». Anche se, obiettivamente, sarà molto difficile eguagliare Bibi.
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