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QUELLI CHE NON SENTONO LA CRISI
di VALERIO BERRUTI C’era una volta la Mini, modello unico, glamour e di successo. Da quando la Bmw ha acquistato il marchio dalla Rover (2000) per mettere sul mercato il primo modello Mini (8...
di VALERIO BERRUTI
C’era una volta la Mini, modello unico, glamour e di successo. Da quando la Bmw ha acquistato il marchio dalla Rover (2000) per mettere sul mercato il primo modello Mini (8 settembre 2001) l’escalation di vendite è stata impressionante. A Oxford, Inghilterra, dove l’auto viene prodotta, hanno sempre lavorato a ritmo pieno superando di anno in anno ogni obiettivo di vendita. Dieci anni fa, nello stabilimento esisteva un solo turno con 2.400 dipendenti, e venivano prodotte circa 300 vetture al giorno. Oggi, un team di oltre 3.700 operai lavora su due turni, cinque giorni alla settimana e costruisce fino a 900 vetture al giorno. Nello stesso periodo, la capacità massima degli impianti è passata da 100.000 unità a 200.000 ed è previsto il traguardo di 260 mila.
Il risultato? Oggi sono oltre due milioni le Mini in circolazione, vendute in 90 paesi del mondo. Numeri che hanno permesso al marchio di proprietà Bmw di diventare il terzo più grande costruttore di veicoli del Regno Unito, pari al 17 per cento della produzione nazionale. Un successo, quasi unico nel mondo automobilistico sempre alle prese con tagli, cassa integrazione e chiusure. Un successo che negli ultimi cinque anni ha trasformato la Mini da modello unico a vera e propria famiglia. Prima con la Clubman, poi con la Countryman (la prima Mini a cinque porte) e ora con la Coupé e la Roadster, entrambe a due posti. E le vendite? A gennaio, a livello mondiale sono cresciute del 12 per cento. Altro che crisi.
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