La protesta
L’ex Ivan il terribile: «Livorno, la salvezza è un diritto-dovere»
Il portiere della storica promozione in serie B ha ancora il cuore amaranto: «Tifosi, aggrappatevi alla squadra»
di Fabrizio Pucci
LIVORNO
Anche noi, come il Milan, abbiamo i nostri Immortali: giocatori ai quali dobbiamo eterna gratitudine per i risultati ottenuti con la maglia amaranto. Sono quelli del gruppo che in principio fu di Osvaldo Jaconi e che ci hanno traghettato dalla serie C fino all’Europa. Protti, insieme al “Vodz”, ne fu l’esempio, gli altri i valorosi seguaci. Tra questi uno che fece breccia nel cuore dei tifosi fu Andrea Ivan, il portiere della storica promozione in serie B, che oggi si diverte a giocare per pura passione e senza guadagnare un centesimo nel Fiesole Caldine, capolista nel girone fiorentino di Eccellenza. Con Ivan facciamo il punto partendo dai cori della curva che martedì sera ha inneggiato proprio a quel gruppo vincente del 2001/02.
Andrea, che effetto ti fa sapere che la gente ha gridato il vostro nome?
«Significa che abbiamo lasciato il segno e fatto qualcosa di importante. Auguro a tutte le tifoserie di avere a che fare con un gruppo come il nostro. Noi eravamo giocatori, ma anche i tifosi. Posso dire che noi cantavamo in curva e loro giocavano. Eravamo una cosa sola. In quei due anni e mezzo mi sono sentito davvero livornese. Detto questo, se l’altra sera dalla curva sono partiti i cori per noi vuole dire pure che il Livorno sta vivendo un momento difficile».
Ma che cosa sta succedendo a questa piazza?
«Né più né meno il fenomeno che si verifica altrove. Sai, quando riparti dal basso c’è voglia di risalire, desiderio di rivincita e orgoglio. Quando si tocca il calcio professionistico finisce la poesia e per paradosso al fianco della squadra restano i tifosi veri e basta».
La squadra sta lottando per la sopravvivenza. Come vedi la corsa alla salvezza?
«Non posso dire se il Livorno si salva o no. Nessuno ha la sfera di cristallo. Leggo la situazione a modo mio: i tifosi hanno il diritto di rimanere in serie B. La squadra ha il dovere di salvarsi».
C’è pure incertezza a livello societario..
«Ho conosciuto Spinelli molti anni fa. E’ sempre stato un presidente presente. Forse adesso è stanco e vuole andarsene, non ha più voglia di fare calcio. Spero che la situazione si risolva in fretta perché l’incertezza fa male. Però non bisogna dimenticare che la rinascita amaranto è anche merito suo perché ha garantito solidità alla società».
C’è un giocatore a cui possiamo aggrapparci per risolvere tutti i problemi? Ai tuoi tempi quando la palla capitava tra i piedi di Protti era una sentenza...
«Beh, hai menzionato il mito in persona…che comunque era supportato da un gruppo di spessore. Ecco. E’ proprio l’insieme, il segreto. Il singolo è fondamentale, ma senza la squadra non si va da nessuna parte. E’ un ragionamento che devono fare anche all’interno dello spogliatoio: nessuno deve pensare che c’è un compagno di squadra in grado di togliere le castagne dal fuoco».
Nel Livorno c’è un portiere di sicuro avvenire, Bardi. Da ex numero 1 che ne pensi?
«E’ fondamentale l’allenamento. In Italia nel passato recente c’è stato un solo portiere che sarebbe diventato grandissimo anche se fosse rimasto tutto il giorno in poltrona: Gigi Buffon. Gli altri devono lavorare. Però Bardi è fortissimo. Ha talento e sono convinto che diventerà un portiere di valore assoluto. E’ giovane e deve crescere, ma è già affidabile e pronto per la grande ribalta. Ha un allenatore bravo come Boccafogli che gli insegna il ruolo. E’ in una botte di ferro».
Cambiamo argomento: ci racconti la storia del tuo quinto tatuaggio?
«Certo, mi sono fatto incidere a Livorno un angelo biondo, perché quello era il soprannome quando giocavo lì. Tutti i miei tatuaggio hanno un significato. Solo quello, però, è legato al calcio e al ricordo di una città e di una tifoseria che non potrò mai dimenticare».
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