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Livorno

La racchetta che ha insegnato alla città

La racchetta che ha insegnato alla città

I ricordi, le storie e gli aneddoti del “Maestro”: con Antonio Romeo è cresciuta una generazione del nostro tennis

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di Riccardo Ferretti

LIVORNO

Lo ritroviamo due anni fa grazie a Facebook. Ogni tanto il social network si rende utile. Gli chiediamo l'amicizia e così ci scambiamo i saluti sul web. "Auguri maestro".Si' perchè Antonio Romeo per una generazione intera è "Il maestro" per eccellenza, colui che ha fatto innamorare tanti livornesi di questo sport; i suoi insegnamenti in campo e fuori continueranno per sempre ad essere presi da esempio. Ci incontriamo per un caffe'. E' sempre uguale, sorridente, affettuoso, giovanile. Capello brizzolato e un paio di chili in più che ti danno la sensazione della persona in salute. Si gode la pensione, come hobby scrive rime: basta andare su cantastorie.myblog.it per trovarle. E' l'unico maestro al quale continuiamo a dare un misto tra il tu e il lei.

Maestro segue sempre il tennis?

«Solo in televisione e quando giocano Federer per la tecnica che sa esprimere e Nadal per le grandi doti atletiche che possiede. Rispetto agli anni in cui insegnavo, il tennis è oggi espressione di potenza, velocità e resistenza. Per l'estro e la fantasia c'e' poco spazio».

Facciamo un bel passo indietro. Villa Lloyd anni settanta. Via libera ai ricordi.

«Sono legato a tutti i ragazzi che ho allenato nel decennio 71-81 perchè con ognuno di loro ero riuscito a creare un feeling tale da dare e ottenere disciplina, correttezza, affetto e spirito di sacrificio. Senza dubbio la "figlia" più amata e' stata Susanna Paoletti, la Chris Evert italiana, che dopo le numerose vittorie in campo nazionale nella coppa Lambertenghi nel ’74 e campionato italiano di terza categoria nel ’77, ha dovuto rinunciare per problemi fisici al palcoscenico internazionale che meritava. L'altro grande legame l'ho avuto con Fausto Criscuolo che grazie alla volontà è arrivato ai vertici della classifica italiana. Ragazzo timido col cuore tenero, all'inizio era un mediocre pedalatore da fondo campo, con me espressione di un gioco di attacco, aggressivo e vincente. Poi la FIT l'ha chiamato a Formia affidandolo ad improvvisati maestri che lo hanno rimandato a fondo campo e lasciato nella solitudine. E il mio lavoro è stato così buttato via».

Andiamo avanti Maestro...

«Altri bei ricordi riguardano Daniela Dazzi, carattere forte e indomabile tanto da vincere titoli italiani non più giovanissima; Costanza Algranti, straordinaria giocatrice di rete, finalista ai campionati italiani Under 16 nel singolo e vincitrice nel doppio misto con Fausto; Silvia Camici, il diritto più forte e preciso mai visto; Maurizio Asei, tecnica perfetta cui faceva un po' difetto la grinta); Davide Ciurli, tecnica unica; Antonio Saikali, grande e intelligente doppista; Franco Paoletti, avversario preferito negli scacchi. E poi ancora Massimo Asei giocatore molto affidabile, Simona De Luca ottima giocatrice di rete, Michela Dazzi che faceva miracoli nei doppi decisivi, Michela Vaselli forte giocatrice, secondo me rovinata al Centro di Latina e Cecilia Paoletti singolarista sempre vincente».

Buona la leva del 1969...

«Ottima direi specialmente tra le ragazze. Per la prima volta nella storia della Coppa Lambertenghi due giocatrici dello stesso circolo hanno disputato una finalissima. Era il 1981 e Federica Vaselli prevalse per un soffio, dopo aver annullato ben tre match points, sull'amica Cecilia Bargagni. Tra i maschi mi piace ricordare Federico Caponi, grinta e determinazione; Marco Fanfani, equilibrio e correttezza; Riccardo Ferretti, estro e simpatia. E poi i nati nel 67 e 68. Mi viene in mente Stefano Contu, Andrea Bandini, Anna Paternò, Claudio Bruni, Francesca Guerrini, Armando Montano, Elisabetta Ugolini.

Nell'81 nacque il circolo di Banditella. In molti si trasferirono. Come ha vissuto questa situazione?

«Purtroppo il curriculum dei miei numerosi successi e del mio lavoro non è bastato perché fossi confermato maestro nel nuovo circolo. A qualcuno che contava evidentemente non piaceva il mio carattere libero che rifiutava ingerenze o decisioni non condivise. Di questo ho sofferto per qualche tempo perché oltre che i ragazzi avevo "perso" anche numerosi amici quali Giuliano Ferretti, Federico Meyer,Riccardo Pipeschi. Così ho accettato ancora giovane la direzione del TCL e lì sono rimasto fino al 2002 anno in cui sono andato in pensione».

Se potesse tornare indietro cosa cambierebbe?

«La parte orgogliosa del mio carattere che mi ha fatto allontanare per quasi due anni la meravigliosa tennista bambina Cecilia Paoletti, vincitrice a dieci anni dei Giochi della Gioventù, rea di avermi apostrofato in campo ad una mia ossevazione su un suo ritardo. Era dovuta andare al mare... Insopportabile per uno come me che voleva la disponibilità assoluta dei giocatori. Ha perso del tempo ma dopo è ritornata e insieme abbiamo trovato altri importanti successi, primo tra tutti il campionato italiano a squadre under 14 del 78 con Michela Dazzi, Simona De Luca e Michela Vaselli.

C'e' una persona alla quale vuol dire grazie?

«In modo assoluto alla famiglia Paoletti che, appena arrivato a Livorno privo di affetti e amicizie, mi ha accolto nella sua casa facendomi respirare quel calore familiare di cui avevo bisogno».

Come mai i suoi figli fanno un altro sport?

«Ho cercato di godermi la famiglia senza imporre niente del mio carattere dispotico. Hanno iniziato giocando a tennis ed erano anche bravini ma il calcio li ha affascinati di più».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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