Gioco
Lo strano primo giorno di Madonna
dall'inviato
«Momento difficile, ma sono entusiasta. E stravedo per Dionisi»
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GENOVA. Era il suo giorno. O meglio, doveva esserlo. Ma Armando Madonna di riflettori ne ha presi davvero pochi: seduto al fianco di Spinelli, non poteva che restare travolto dal fiume in piena. «Questa è la nostra prima scelta, mi ha fatto una grande impressione», le parole di introduzione del presidente all'allenatore numero 19 nei suoi 13 anni di gestione. All'ora di pranzo la firma del contratto: accordo di sei mesi e ozpione per la stagione seguente. Poco prima Novellino aveva trovato l'accordo per la rescissione. Madonna si porterà con se il vice Bruniera, da valutare il preparatore. Benvenuto Madonna. «Grazie. Vedo che non sono arrivato nel giorno più tranquillo della storia del Livorno...». A dir poco. «Non è un problema. Le garantisco che tutti gli allenatori fermi, sarebbero venuti a piedi a Livorno anche in questa situazione». Ci crediamo. Ha visto qualche partita del Livorno? «Ero a Sassuolo». Brutta sconfitta. Sensazioni? «Tutto è filato liscio finché la squadra era in vantaggio. Appena è arrivato il pareggio su un errore difensivo, il castello è crollato». Il che significa che alle prime avversità la squadra si squaglia. «Sembrerebbe di sì». Preoccupato. «Allora. Innanzitutto sono entusiasta perché mi sto per tuffare nell'avventura più bella della mia carriera di allenatore. Detto questo, devo capire se i miei giocatori sono pronti ad affrontare le battaglie che si combattono quando si sta in basso alla classifica». Cioè? «Non basta avere i piedi buoni, serve personalità. Qualche giovane potrebbe soffrire una situazione del genere». La squadra, oggettivamente, a livello di rosa vale più di questa classifica. «Come nomi sì, concordo». Lei ripartirà dal 4-4-2? «Vediamo. Nella mia carriera ho cambiato diversi ruoli». Considera Paulinho e Dionisi prime o seconde punte? «Stravedo per Dionisi, lo scorso anno l'ho anche votato come miglior giovane del campionato. La loro posizione? Dico solo che per la logica del mio calcio, gli attaccanti devono giocare vicino alla porta, non lontani». (al.ber.)
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