Gioco
Un gollettino e il Livorno va giù
dal nostro inviato Renzo Marmugi
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USCITA. A destra la splendida uscita di Bardi su Lazarevic Buona prova ma la corazzata Padova passa. Veleni sull'arbitraggio
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PADOVA. Non si ferma il vento con le mani. E neanche si può pareggiare all'Euganeo con un arbitro come Giacomelli di Trieste, 34 anni, promotore finanziario. E un ruolino in serie B da super casalingo. In 27 partite dirette qualcosa come 20 vittorie interne, 3 pareggi e appena 4 blitz. Fischi chirurgici, punizioni rovesciate, un giallo assurdo a Genevier (che era in diffida) al 43' del secondo tempo solo per aver osato chiedere la distanza di una barriera a sei metri, o giù di lì. E nel recupero - stabilito in 3 minuti - praticamente si è perso solo tempo: infortunio a Osuji, scintille Perticone-Ruopolo (ammoniti entrambi), poi sull'ultima azione, tre amaranto contro due, l'uomo di Trieste ha fermato Perticone all'ingresso in area e sul punto di tirare in porta. Meglio evitare rischi. Il Padova è forte, una corazzata che può permettersi anche di tenere in panchina la qualità di Italiano e Cacia, e nel ventre materno del suo stadio ha sempre vinto: 6 partite, 18 punti. Il Livorno invece perde pagando carissimo un inizio timoroso, tre calci d'angolo e una rimessa laterale concessi in un amen ai biancoscudati. E proprio da un errore in disimpegno è nato il gol veneto (18'): cross in area di Renzetti, Salviato dimentica Cutolo e il bomber bonsai appostato sul secondo palo scarica un sinistro al volo nell'angolino. Ma gli amaranto, disposti col 4-3-3, una volta andati in svantaggio è come se si fossero tolti un peso dallo stomaco, risvegliati dagli urlacci di Novellino (preso di mira fin dall'inizio da arbitro e quarto uomo, poi cacciato al 30': per "Monzon" terza espulsione stagionale) e dalla ritrovata consapevolezza che il Padova dei grandi nomi non era poi un mostro invulnerabile. Il ritorno di Dionisi, che partiva spesso sul fronte sinistro dell'attacco per accentrarsi, ha creato profondità e pericoli, ma è difficile pareggiare se tanto sudore e un impegno totale non portano a conclusioni nello specchio della porta. Perin infatti si è sporcato i guanti su un sinistro di Dionisi, un colpo di testa in mischia e una zuccata morbida di Paulinho appena tornati dall'intervallo. Stop. 13 partite, 13 gol segnati: il problema è sempre lo stesso. Il recupero del bomber di Rieti è importante, ma l'involuzione di Paulinho - a Padova si è divorato un gol sparando alto un tap-in al 25' pt - e il suo digiuno infinito (in 13 giornate due pali e un rigore sbagliato) comincia a diventare materia da psicologhi. Peccato perché il giovane Livorno fino alla trequarti ha dimostrato di saper tenere il campo, alla faccia di quasi esordienti (vedi Meola terzino destro, non male), riscoperte, giocatori inventati dal sommerso. Dopo i venti minuti iniziali di incertezze Luci e compagni sono saliti di tono, chiudendo anche il Padova nella sua metà campo e rischiando solo in contropiede (paratissima di Bardi su Lazarevic al 42' pt). Un forcing proseguito dopo l'intervallo, con Rampi a scalare terzino destro (dentro Schiattarella), poi gli esterni Bigazzi e Piccolo nel tentativo di aprire il fortino nemico. Ma tanta fatica non ha prodotto quel pareggio che in fondo il Livorno avrebbe anche meritato. Se però non tiri quasi mai in porta e poi trovi Giacomelli di Trieste diventa dura la vita. Anche nella città di Sant'Antonio.
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