Gioco
Nel nome della Rosa «Livorno rivuole la tappa del Giro»
Mario Orsini
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OSPITE. Bitossi a Montenero e il mesto arrivo della tappa del 10 maggio 4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Bando agli indugi e alle chiacchiere. Livorno rivuole una tappa del giro d'Italia. Richiesta più che legittima, soprattutto tenendo conto di come andarono le cose quel giorno quando, per stringere, giustamente, in grande immenso e caloroso abbraccio il giovane belga Wouter Weylandt morto nella discesa del Bracco il giorno precedente, la tanto attesa tappa da Quarto alla città dei Quattro Mori si trasformò in un lunghissimo funerale A dare gambe alla voglia di giro d'Italia dei livornesi ci ha pensato la Pro Loco di Montenero, capitanata da Marzio Conti con la professoressa Rossana Fatighenti. In occasione della tradizionale cacciuccata post Ferragosto hanno presentato, al centinaio di commensali la richiesta ufficiale di riavere il prossimo anno a Livorno la tappa di Montenero al Giro d'Italia. Destinatari della lettera il direttore della Gazzetta dello Sport e la Rcs, società organizzatrice della corsa rosa. Per dare forza all'iniziativa i promotori hanno invitato gli intervenuti a porre anche la loro firma. Hanno inoltre auspicato che anche le forze istituzionali facciano la loro parte, mettendo sul piatto tutto il loro peso politico. A sponsorizzare l'idea di una tappa con un finale da far invidia alla Sanremo oltre a tanti appassionati delle due ruote sono intervenuti anche ex ciclisti che hanno scritto pagine indelebili nella storia di questo sport. Tra loro l'immenso evergreen Franco Bitossi, il livornese di scoglio Mauro Simonetti e quello d'adozione Walter Passuello e il grimpeur lucchese Stefano Della Santa. Corridori che hanno sperimentato sulle loro gambe cosa significa arrampicarsi sulle pendici di Montenero e del Castellaccio, soprattutto quando l'arrivo è dietro l'angolo e i muscoli sono già imbevuti di acido lattico e non è più consentito sbagliare. «Penso che Livorno meriti una replica della tappa del maggio scorso. I tifosi, visto come sono andate le cose quest'anno, ne hanno tutto il diritto. Anche dal punto di vista tecnico un arrivo di questo genere può dire molto. La salita, è chiaro, è troppo breve per consentire grandi distacchi. Però chi ambisce a vincere il giro non può concedersi distrazioni», le prime parole del popolare «Cuore matto». Poi attinge a piene mani all'album dei suoi tanti ricordi. Al secondo posto, che ancora urla vendetta, nel mondiale di Gap, ai suoi 21 successi nella corsa rosa. Alle tante maglie ciclamino e degli scalatori al Giro. Da Bitossi anche un pizzico di genuina umanità: «I primi tempi che correvo a causa della tachicardia avevo crisi depressive, Fortunatamente gli amici mi spinsero ad andare avanti. Certo fu duro. Specialmente nelle corse di un giorno non potevo esprimermi al massimo delle mie potenzialità. In quelle a tappe, invece, dopo il terzo giorno di gara le cose si mettevano meglio. Poi a 28 anni, nel 1968, la tachicardia cominciò a lasciarmi un po' più in pace». Il ricordo più bello di Bitossi, è però, legato a filo doppio a Montenero va alla tappa del giro del 1964, da Montepulciano a Livorno con scalata del Castellaccio e arrivo allo Stadio comunale. «Quel giorno capii che in questo sport avrei potuto dire la mia. A metà del Castellaccio detti un'accelerata, lasciai sul posto i tre compagni di fuga e volai verso la vittoria. In pochi chilometri scavai tra me loro un distacco di una quarantina di secondi. Questo significa che se ci mettiamo in mezzo anche l'arrampica lungo la direttissima del Santuario lo spettacolo è assicurato. Da quando mi sono sposato vivo a Empoli e sono un ottimo giocatore di bocce ma il ciclismo mi è rimasto nel cuore». Anche a Stefano Della Santa, attualmente direttore sportivo della Gragnano, Montenero stuzzica ricordi stupendi. «Qui sono arrivato terzo a un campionato toscano allievi in una corsa vinta da Massimiliano Lelli davanti a Mario Cipollini». Chi conosce la salita di Montenero come le sue tasche, per aver vissuto diversi anni a 200 metri dal Santuario, è Mauro Simonetti, fisico da corazziere, medaglia di bronzo a Città del Messico nella 100 chilometri. Passista formidabile ma anche un discreto scalatore. «Anche in salita me la cavavo bene». A dare conforto alle sue parole il successo nel Gp di Camaiore del 1970, quello nella coppa Agostoni, nella Sabatini e in una tappa del Tour lasciandosi alle spalle anche un certo Eddy Merckx. «Penso che la Rcs non avrebbe difficoltà a concedere una replica della tappa del giro. Due o tre anni fa quando, per ragioni atmosferiche, fu cancellata una salita importante sulle Dolomiti non hanno avuto poi difficoltà a riproporla. Anche dal punto di vista tecnico la tappa è stupenda».
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