Il Tirreno

Livorno

20 anni fa la «fusione» e la città non dimentica «Ha ucciso il basket...»

Francesco Parducci
<b>L&#146;ISPIRATORE. </b>Il professor Francesco Querci
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L’ISPIRATORE. Il professor Francesco Querci

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 LIVORNO. «Antonio Scardino, lo sa che giorno è oggi (ieri, n.d.r.)?  «Il 28 giugno, e allora?»  Beh, il 28 giugno di vent'anni fa, presso lo studio del notaio Miccoli, veniva siglata la fusione, insomma la sinergia, la cosa come la chiamò qualcuno.....  «Per l'amor di Dio, che schifo. La morte del basket a Livorno».  Antonio Scardino oggi è un ristoratore di successo. Vent'anni fa faceva parte di un gruppo di irriducibili tifosi Libertas, quelli che si sciroppavano centinaia di chilometri per seguire la beneamata su ogni campo d'Italia. Per loro, da quel giorno, la vita non fu più la stessa.  Ma i fatti del dopo hanno dimostrato che non c'era altro da fare, Livorno non ha più squadre fino alla C dilettanti, figuriamoci due in serie A....  «Non mi interessa, la mia squadra morì lì e con essa la mia passione cestistica. Non ho mai più visto una partita dal vivo».  Khomeini, forse, era più duttile. Proviamo a cambiare sponda. Dall'altra parte del telefono c'è Gino Schirripa, a quei tempi per tutti Gino Gino. Ma i toni sono identici. «No, non mi ricordavo dell'anniversario. Ma ricordo benissimo quello che provai, il senso di smarrimento che mi prese, e con me credo tanti altri, nell'apprendere che quella che era stata la nostra passione più grande per 15 anni era finita dalla sera alla mattina. Ero al mare, ai bagni Lido, arrivò un professore del Classico con un trafiletto di Repubblica in mano. Così, scippati di tutta la nostra storia da un giorno all'altro, senza che nessuno ne sapesse niente, un'operazione fatta sulla testa dei tifosi. Anche per me finì lì, a livello di basket di vertice».  Ma c'era il rischio, tangibile, che le due rivali storiche chiudessero entrambe. Non sarebbe stato peggio?  «Senta, ci sono solo due città in Italia nelle quali un'operazione del genere è morta in partenza. Bologna e Livorno. Provi a dire a un tifoso della Fossa che da domani dovrà tifare insieme a quelli della Virtus». Insomma, a distanza di vent'anni l'operazione che avrebbe dovuto cambiare il corso della storia cestistica a Livorno continua a trovare, nella testa di quelli che erano i tifosi più caldi, un muro invalicabile.  Alcuni dei personaggi che, volenti o nolenti, dovettero credere nell'ineluttabilità di quella scelta non sono più con noi, a cominciare dall'ingegner Boris e Lorenzo Niccolai. Il nuovo Palasport era un cantiere appena aperto (e lo sarebbe rimasto per molti anni a venire), il basket stava cambiando in fretta anche se, con due soli americani per squadra, ancora lontanissimo da quello multietnico attuale. Ma i costi avevano già cominciato a lievitare, le famiglie che avevano regalato alla passione dei livornesi quindici anni formidabili avevano ormai il fiato corto. La sinergia, forse un insulto a quella passione, fu però un monumento alla realpolitik, un tentativo obbligato di evitare l'annegamento di entrambe anche se, chiosa oggi Paolo Maltinti, allora piellino doc, «la somma di due povertà non può dare una ricchezza, ma una povertà ancora più grande».  Uno che quegli anni se li ricorda bene è Fabrizio Masini, il primo general manager della «cosa».  «Io ci credetti - racconta - e non solo perché ero parte in causa. Le due società erano destinate, per mere questioni economiche, a lenta consunzione, in una città dalla tifoseria molto esigente come Livorno. Si trattava, e ci provammo, di fare una squadra molto spettacolare, che portasse la gente al Palasport perché si divertiva, facendo dimenticare le antiche appartenenze. Il primo anno dovemmo adottare una sorta di "manuale Cencelli" per cercare di non dare un senso di appartenenza in più a una fazione o all'altra: quindi Forti e Carera da una parte, Ragazzi e De Piccoli dall'altra, Rusconi allenatore, la sede in via Pera e via dicendo. La tifoseria più irriducibile la perdemmo, ma al palasport vennero fatti comunque dei gran bei pienoni, la passione di Livorno almeno 4.000 persone in A1 te le garantirebbe sempre e comunque». -E allora, perché tutto finì?  «Mah, io mi dimisi a metà dell'anno successivo per disaccordi con la proprietà (il plenipotenziario era diventato il solo Francesco Querci). Al mio posto arrivò il povero Pino Brumatti, c'erano Richardson e Tabak, Attruia e poi un certo Pozzecco. Il problema secondo me furono i soldi, non il fatto che non eravamo più né Libertas né Pielle. Per questo vorrei che quello che più venisse ricordato è che la passione di gente come Boris, come i D'Alesio che pure rifiutarono l'operazione, come Vigoni, Boldrini e Niccolai era riuscita a garantire più di 10 anni di grande basket a Livorno. Averne oggi di proprietari come quelli».

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