Gioco
Sofferenza, dolore, trionfo: il grande pomeriggio del campione davanti a un pubblico entusiasta
«Dedicato alla mia Livorno»
Mario Orsini
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AMMIRATA. Margherita Granbassi Sopra la famiglia Montano e Matteo Tagliariol Estasi Montano: qui avrei tirato anche con una gamba sola
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LIVORNO. Un successo storico. Aldo Montano, in un palazzetto dello sport delirante, scrive una delle più belle pagine di questo sport. Nella vittoria di Aldone nazionale, nella sua corsa verso il sesto titolo tricolore, c'è l'essenza dello sport in tutte le sue sfaccettature. C'è la rappresentazione itinerante della sofferenza, ci sono i sentimenti più nobili e genuini, c'è la voglia di non arrendersi mai, neppure di fronte all'evidenza al dolore. C'è la compattezza di una famiglia di nobile lignaggio, nella quale a fare da collante sono parole come amore, affetto, tenerezza, calore. «Ma come ha fatto signora a fare un figlio così», le parole di Antonella Mosetti dopo un lungo e caloroso abbraccio a mamma Paola. «Aldo è la reincarnazione di Zorro. E' un fenomeno, una forza della natura, un acrobata delle pedane», dice. Per capire l'impresa che ha scritto ieri Aldo Montano occorreva essere a bordo pedana. «Non ce la faccio più. Il piede sinistro mi fa male oltre ogni limite. Sono quindici giorni ormai che soffro e mercoledì durante l'allenamento ho sentito, una fitta tremenda. Insopportabile. Da allora è stato un calvario», ci ha sussurrato quando aspettava di poter disputare l'ultimo assalto del girone. Sei assalti portati al termine camminando, anzi zoppicando, sulla pedana. Quasi da fermo aspettando gli avversari. L'antitesi del suo tipo di scherma fatta di esuberanza fisica, di corse mozzafiato su e giù per la pedana. Di urli felini. Cercando di centellinare le forze e facendo i calcoli per cercare di andare oltre l'ostacolo delle qualificazioni, con minore sofferenza possibile, Aldo è andato avanti. Ha messo nel carniere quattro successi su sei e ha raggiunto l'obiettivo. In suo soccorso, appena chiusa la momentanea partita, è arrivato il cugino del babbo, il dottor Alamanno Montano, un luminare in ortopedia e traumatologia. Le sue cure mirate lo hanno, così, rimesso apparentemente in sesto e gli hanno fatto tornare il sorriso sulle labbra. Dopo i sedicesimi di finale, superati battendo il bravissimo concittadino Tommaso Saviozzi del circolo Fides, il dolore, però, è tornato a fare capolino e ad accentuarsi con il passare dei minuti. A poco serviti i tentativi di arginarlo anche da parte del dottor Alamanno. A un certo punto, dopo aver superato, negli ottavi, l'amico Gigi Tarantino, ha cominciato a dire: «aiuto, aiuto mi si è strappato il tendine». Per tutti il preludio alla resa. Ma non per Aldo. In maniera stoica è tornato in pedana e, uno dopo l'altro, ha costretto alla resa quel che restava della nazionale azzurra di sciabola. O se preferiamo Diego Occhiuzzi in semifinale e Luigi Samele in finale. Poi l'apoteosi. L'abbraccio, infinito di babbo Mauzzino. Quello alla dolce metà Antonella, a mamma Paola, alla sorella Alessandra e a un'atleta in carrozzina che dopo averlo incitato durante tutto l'assalto si è quasi catapultata a bordo pedana. «Qua non sarei mancato per nulla al mondo, avrei tirato anche con una sola gamba. Non mi ferma nessuno, volevo vincere a tutti i costi, questa sarà probabilmente l'ultima volta che potrò vincere il tricolore a Livorno e l'ho fatto». «Infine la dedica. «A tutta Livorno, alla mia famiglia e ai miei amici. Babbo Mauzzino? L'avevo già battuto con il tricolore di Siracusa, quindi...».
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