Gioco
Il rilancio di Novellino
Fabrizio Pucci
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PILASTRO/1. Federico Dionisi «Voglio restare, possiamo diventare grandi»
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LIVORNO. Cento giorni a Livorno. Walter Novellino non dimenticherà questi tre mesi vissuti intensamente tra alti e bassi, malumori e incomprensioni, ma anche con la grinta di sempre e la voglia di dimostrare al mondo di essere ancora un allenatore in grado di fare la differenza. Da febbraio a maggio senza un attimo di respiro con la squadra dapprima smarrita e poi granitica. Sfiduciata nel primo mese, ma consapevole dei propri mezzi alla fine. Due giorni dopo l'atroce beffa di Padova, "Monzon", ripercorre con la memoria la sua avventura livornese con uno stato d'animo sospeso tra il rammarico per l'impresa sfiorata e l'orgoglio per il lavoro svolto. Walter, partiamo dalla fine. La grande rimonta era quasi riuscita... «Sì. A Padova sull'1-0 eravamo padroni del campo. Quando ho visto Barusso calciare a colpo sicuro ho pensato: ecco il raddoppio. Ormai è fatta. Eravamo troppo superiori a loro. Avevamo la partita in pugno. Purtroppo non è andata così. Siamo stati sfortunati come è accaduto spesso durante la mia gestione». Resta la soddisfazione di essere rientrati in gioco quando tutto sembrava perduto. «Abbiamo compiuto un piccolo capolavoro. L'epilogo brucia, ma la rimonta è stata esaltante. Mi dispiace per i ragazzi, ma anche per la città. C'è una cosa di cui vado orgoglioso». Il gruppo? «Esatto. Fin dal giorno del mio arrivo ho cercato di creare una identità di squadra vera. Alla fine eravamo tutti uniti. Avete presente una pigna? Ecco. Eravamo così. Non tutti sanno che in previsione della partita di Padova siamo andati in ritiro mercoledì sera. Quando ho informato i ragazzi che saremmo partiti così presto nessuno ha battuto ciglio. C'erano grande armonia, partecipazione emotiva». La squadra ha sempre creduto nei playoff anche nei momenti peggiori... «Da quando ho firmato per il Livorno ci ho creduto anche io. Ho sempre cercato di trasmettere ai ragazzi grinta e convinzione. Non è stato un lavoro facile. Per completare l'opera ho impiegato un po' di tempo. Alla fine però i frutti sono arrivati sul piano dell'atteggiamento e dei risultati. Ripeto. E' solo mancato un pizzico di fortuna». Ai playoff come sarebbe andata? «Non ho dubbi. Saremmo andati a prenderci la serie A». Il futuro di Novellino può ancora essere colorato di amaranto? «Ho un altro anno di contratto, per cui...». Si, ma intanto sono già stati accostati altri nomi alla panchina del Livorno... «Sì, come è vero che i contratti in essere possono anche essere rescissi. In un caso o nell'altro dovrò sedermi attorno a un tavolo con il presidente Spinelli». Mettiamola così: lei resterebbe a Livorno? «Certo. Quest'anno sono arrivato a campionato in corso. Mi piacerebbe allenare la squadra fino dal ritiro per vedere come va a finire Ho esperienza, entusiasmo e voglia di fare bene. Ma a prescindere da quello che sarà il mio futuro voglio ringraziare il presidente Spinelli perché mi ha fatto tornare ad allenare». Come esce da questa esperienza? «Sono felice di ciò che ho fatto. Mi sento di nuovo un allenatore e questo, ripeto, grazie a Spinelli. Abbiamo lavorato tanto e duramente insieme alla squadra. Credo proprio di essermi rilanciato. Il Novellino grintoso e tatticamente preparato è tornato». Parliamo della squadra. Con qualche ritocco può ambire alla promozione l'anno prossimo? «L'ossatura è buona e il gruppo è molto giovane. In questi mesi ho lavorato affinché questi ragazzi acquisissero autostima e mi sembra che da questo punto di vista i risultati siano arrivati. Ci sono giocatori molto interessanti come Luci e Parravicini. Purtroppo Francesco è stato limitato dall'infortunio altrimenti il suo apporto sarebbe stato superiore». Se dovesse salutare Livorno quale cartolina della città porterebbe via? «Sono stato tre mesi. Butterei via solo il primo. Gli ultimi due sono stati bellissimi. All'inizio conoscevo bene le caratteristiche dei giocatori, ma non le loro reazioni a certe sollecitazioni. Poi è scoccata la scintilla. Dovevo rigenerare la fiducia nei loro mezzi. Faccio l'esempio di Danilevicius. Il suo rendimento è migliorato con il tempo. Con me ha lavorato duramente. Ho cercato di rasserenarlo e l'ho sottoposto a lunghe sedute di tiri in porta. Ecco un allenatore deve fare anche questo. E poi il lituano tiene tantissimo alla maglia del Livorno». Con i tifosi ci sono state delle incomprensioni. Oggi come le valuta? «Quando si confrontano due caratteri simili, possono esserci scintille. Io sono spontaneo, proprio come sono i livornesi. Però sono un buono. Si litiga, magari ci si manda a quel paese. Ma alla fine andiamo insieme a bere un caffè, ci stringiamo la mano e ci salutiamo senza rancore».
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