Gioco
Martini tifa Nibali: ce la può fare
E il “grande vecchio” promette: a Livorno e Piombino voglio esserci
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FIRENZE. Gli sarebbe piaciuto partire per Torino, vedere l'adunata degli alpini e il biancorossoverde nel cielo delle Frecce Tricolori, sabato nel giorno della partenza del nuovo Giro. Si sarebbe sicuramente commosso a ricordare i suoi anni da partigiano. Ma lui comunque c'è sempre. Alfredo Martini è il «babbo» del ciclismo, per molti è ancora «il ct». E in tanti ancora gli telefonano per un consiglio, compreso Paolo Bettini. A febbraio ha compiuto 90 anni, ha nel cuore ancora il dolore della morte di Ballerini, ma la voglia di ciclismo non lo abbandona mai. «Se posso andrò al Giro in qualcuna delle tappe più vicine casa. Magari a Livorno, Piombino o Orvieto», promette. Poi spiega: «Il Giro è come un romanzo a puntate.
I protagonisti sono sempre i ciclisti. E la gente che applaude e aspetta ai margini delle strade. Le spose che escono dalle porte delle loro case per salutare i corridori». Da corridore ha avuto un'onesta vita da gregario, vicino ai grandissimi come Coppi e Bartali. Immenso invece nella sua ultraventennale vita da tecnico azzurro. «Il Giro è sempre una cosa speciale - spiega - ma questo lo è ancora di più».
Il Giro che ricorda con più emozione è quello del '46. «Parigi era bombardata, il Tour non si fece e allora tutti vennero in Italia. C'era la questione di Trieste, ma Torriani e Cougnet vollero far passare lo stesso il Giro lì e gli americani la considerarono una provocazione. A Pieris lanciarono fiori e sassi e molti corridori si ferirono, dopo ci furono sparatorie con i soldati di Tito e il gruppo si fermò, ma Torriani ne convinse 17, uno per squadra, a proseguire e a Trieste fu un trionfo. Anche se poi il Giro venne sospeso un giorno».
Altri tempi, ma lo spirito di chi va in bici è sempre uguale. «Il federalismo? Non è molto chiaro, quello che so è che l'Italia è una, uno è il tricolore, e la gente si commuove sempre per l'inno. Bartali era un brontolone, era un uomo di fede, ma era anche uno che teneva alla bandiera. L'Italia di oggi è diversa, ogni periodo ha la sua storia. Ci sono stati momenti migliori, ma ne abbiamo visti anche di peggio».
Su come andrà a finire questo Giro, i pronostici sono tutti per Contador, Menchov, Nibali e Scarponi. Ma Martini da buon italiano scommette su Nibali. «Per me ha molte possibilità di vincere. A patto che Contador non sia nelle sue migliori condizioni». Lo spagnolo corre sub judice, potrebbe essere fermato dal Tas prima del Tour. «Bisognerebbe essere più veloci nei processi - accusa l'ex ct -. Ma il doping il ciclismo negli ultimi anni lo sta combattendo, anche se qualcuno ci cade ancora. Le cose sono migliorate, credo che fare di più è difficile, è difficile azzerare tutto, ci vuole tempo. Non dipende tanto dai corridori, quanto dai "mercanti di veleni". Bisogna garantire controlli e mezzi uguali per tutti».
«E' certo che il ciclismo sta facendo molto contro il doping. Ma ho sentito tante volte dire che il peggio era passato - controbatte Damiano Cunego, uno dei grandi assenti del Giro di quest'anno -. Le cose sono migliorate? Alfredo è sempre ottimista. E' difficile raggiungere una situazione ottimale» dice il capitano di una squadra come la Lampre coinvolta in questi giorni nell'inchiesta di Mantova. «Ho visto i miei compagni. Certo sapere che sei implicato ti toglie concentrazione...».

I protagonisti sono sempre i ciclisti. E la gente che applaude e aspetta ai margini delle strade. Le spose che escono dalle porte delle loro case per salutare i corridori». Da corridore ha avuto un'onesta vita da gregario, vicino ai grandissimi come Coppi e Bartali. Immenso invece nella sua ultraventennale vita da tecnico azzurro. «Il Giro è sempre una cosa speciale - spiega - ma questo lo è ancora di più».
Il Giro che ricorda con più emozione è quello del '46. «Parigi era bombardata, il Tour non si fece e allora tutti vennero in Italia. C'era la questione di Trieste, ma Torriani e Cougnet vollero far passare lo stesso il Giro lì e gli americani la considerarono una provocazione. A Pieris lanciarono fiori e sassi e molti corridori si ferirono, dopo ci furono sparatorie con i soldati di Tito e il gruppo si fermò, ma Torriani ne convinse 17, uno per squadra, a proseguire e a Trieste fu un trionfo. Anche se poi il Giro venne sospeso un giorno».
Altri tempi, ma lo spirito di chi va in bici è sempre uguale. «Il federalismo? Non è molto chiaro, quello che so è che l'Italia è una, uno è il tricolore, e la gente si commuove sempre per l'inno. Bartali era un brontolone, era un uomo di fede, ma era anche uno che teneva alla bandiera. L'Italia di oggi è diversa, ogni periodo ha la sua storia. Ci sono stati momenti migliori, ma ne abbiamo visti anche di peggio».
Su come andrà a finire questo Giro, i pronostici sono tutti per Contador, Menchov, Nibali e Scarponi. Ma Martini da buon italiano scommette su Nibali. «Per me ha molte possibilità di vincere. A patto che Contador non sia nelle sue migliori condizioni». Lo spagnolo corre sub judice, potrebbe essere fermato dal Tas prima del Tour. «Bisognerebbe essere più veloci nei processi - accusa l'ex ct -. Ma il doping il ciclismo negli ultimi anni lo sta combattendo, anche se qualcuno ci cade ancora. Le cose sono migliorate, credo che fare di più è difficile, è difficile azzerare tutto, ci vuole tempo. Non dipende tanto dai corridori, quanto dai "mercanti di veleni". Bisogna garantire controlli e mezzi uguali per tutti».
«E' certo che il ciclismo sta facendo molto contro il doping. Ma ho sentito tante volte dire che il peggio era passato - controbatte Damiano Cunego, uno dei grandi assenti del Giro di quest'anno -. Le cose sono migliorate? Alfredo è sempre ottimista. E' difficile raggiungere una situazione ottimale» dice il capitano di una squadra come la Lampre coinvolta in questi giorni nell'inchiesta di Mantova. «Ho visto i miei compagni. Certo sapere che sei implicato ti toglie concentrazione...».
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