Gioco
Campionato di sviluppo? Sì, però...
Renzo Marmugi
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79 ANNI. Gianfranco Benvenuti Benvenuti e Cianfrini: la ricetta di due "guru" della palla a spicchi
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LIVORNO. Wild card sì, wild card no. Non è la terra dei cachi di Elio e le Storie Tese, ma il bivio che sta davanti al futuro del basket targato Livorno. Con un palasport da 8033 posti chiuso da due anni e pieno di ragnatele, un presente vivo a livello giovanile, sei società minori che fanno campionati dalla C dilettanti alla serie D, ma sopra il livello del mare la situazione è triste. Mare calmo, niente vento, onde zero. Il 22 aprile scadono i termini per la pre-iscrizione al nuovo campionato di sviluppo che rimpiazzerà la A dilettanti, con 20 squadre di quella categoria e quattro wild card concesse dalla Federbasket. Con una preferenza per i capoluoghi di regione e diversi dubbi. Di certo sarà una lega totalmente italiana, con nove 'indigeni' veri (dei quali tre under 23 e due under 21) e un passaportato. Il sindaco Cosimi nel mese di gennaio ha scritto una lettera a Dino Meneghin per manifestare l'interesse di Livorno a ripartire dalla A3, ma nella città dei campanili e dei derby continui sono arrivate reazioni contrastanti. Sull'argomento è interessante dare la parola a due guru della palla a spicchi, Gianfranco Benvenuti e Paolo Cianfrini, una vita spesa in palestra a insegnare i fondamentali e a forgiare talenti, e soprattutto la stessa passione del primo giorno. Bianchi fuori, ragazzi dentro. «Nei giorni scorsi ho letto il parere di chi vorrebbe rilanciare la sfida tra Libertas e Pielle - dice 'Cacco' - ma la rivalità del derby più di tanto non va. A livello giovanile è molto sentita, però sono due società costrette a vivere senza soldi. La voglia di superarsi ha dato tutto negli anni Ottanta e Novanta, quando però c'erano fior di dirigenti che non badavano a spese e staccavano assegni, oggi bisogna ragionare in modo diverso. E avere una squadra a livelli più alti dovrebbe essere primario per tutta la città. Il problema è trovare chi può realizzare qualcosa e - pur con i suoi difetti - penso che l'unica figura oggi sia Massimo Faraoni. Lui ha idee chiare, senso del comando, conoscenze. E la società che lavora meglio nel vivaio è il Don Bosco, la sola oltretutto con una foresteria propria. Certo, la strada è difficile, a Livorno le divisioni trionfano, ma se la nuova realtà comincia a fare risultati poi la gente al palasport viene. Altrimenti ci sarebbero le solite 4-500 persone. E Faraoni secondo me può avere anche la facoltà di avvicinare certi soggetti e di tirarli dentro la società». Paolo Cianfrini, un'altra voce della saggezza, la pensa così: «L'attuale rivalità crea interesse, ma non qualità. Giusti, Fantozzi, Bulleri e Giachetti venivano dai settori giovanili, Livorno era una scuola italiana di basket, oggi invece tanto movimento non produce qualità. Dobbiamo rifare una scuola capace di costruire giocatori, allenatori, arbitri, dirigenti. Ma non certi dirigenti-genitori di oggi, servono dirigenti veramente appassionati di pallacanestro. Per riportare il basket a un certo livello bisogna convogliare i soldi su una società sola, però è fondamentale che abbia presa sul territorio. A Bologna il patron Sabatini ha dichiarato di voler acquistare un titolo di Legadue per portarlo a Torino, penso che Massimo Faraoni - general manager della Virtus - potrebbe battersi per dirottare delle risorse di quel gruppo a Livorno, per esempio alcuni giovani, ma quanto può interessare la cosa ai livornesi? Qui ci si appassiona solo quando si può essere protagonisti, ecco perché io sostengo che bisogna ricostruire partendo dalle fondamenta. Concedendo anche delle opportunità a chi vuole crescere. La Pielle intende costruire un centro polifunzionale alla Scopaia con capitali privati? Diamole questa chance, cosa si aspetta? La mia idea è comprendere i problemi e le esigenze delle singole realtà, ma nell'interesse globale della città. Ad esempio convogliando i migliori under 19 delle varie società livornesi dentro il club di vertice per verificare quanto valgono in prima squadra. Il tutti contro tutti non paga».
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